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Testo di Alessandra Piubello

Foto di Campania Stories e Alessandra Piubello

Quest’anno Miriade&Partners, l’agenzia di comunicazione di Massimo Iannacone e Diana Cataldo che si occupa dell’organizzazione di Campania Stories, ormai alla sua settima edizione, ci ha portato sulla Costiera Amalfitana, patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco per bellezza, suggestione e unicità. Dopo una bella e fredda escursione in motonave fino a Ravello, per la presentazione dell’edizione 2019 nell’auditorium di Villa Rufolo, abbiamo degustato a Cetara, borgo marinaro che conserva praticamente intatto il suo fascino, refrattario al turismo di massa. È famoso per la colatura d’alici, condimento ottenuto dalla fermentazione di alici fatte marinare in appositi contenitori e che può essere immaginato come una evoluzione del Garum, la salsa di pesce che faceva impazzire gli antichi romani.

Il mare cristallino che lambisce Cetara ce lo siamo goduto dalle finestre dell’hotel Cetus, dove abbiamo assaggiato in una due giorni i vini campani trasferendoci nel pomeriggio a visitare alcune aziende, per addentrarci ancor meglio nel mondo vinicolo campano. Campania Stories è un racconto che tratteggia un profilo del complesso universo enologico campano. Quasi una novantina le aziende locali (circa duecentoquaranta i vini assaggiati) che ci hanno accompagnato in un riuscito viaggio alla scoperta della Campania Felix. Un quadro difficile da delineare, considerando che è assai complicato tracciare un profilo univoco (e meno male) di un territorio che dal nord, Roccamonfina, al sud, al confine con la Basilicata, si estende per trecento chilometri. Un vero mosaico di territori e di vitigni, conservati in questa culla della biodiversità che è la regione Campania.

Cominciamo la nostra degustazione partendo dai vini bianchi (circa 125), che ogni anno ci confermano la sensazione di trovarci di fronte a dei grandi vini, che sanno invecchiare molto bene. Dagli assaggi è emerso uno scenario positivo che conferma la crescita qualitativa delle aziende campane. In degustazione le annate 2018, 2017, 2016 e 2015. Non è dunque un’anteprima, bensì un excursus attraverso varie annate, per stimolare la lettura in prospettiva e il confronto. La Campania può vantare non solo origini antichissime nel campo della viticoltura, ma anche la presenza di alcuni tra i vitigni più importanti del nostro patrimonio ampelografico, per restare nei vitigni a bacca bianca, il fiano, il greco, la falanghina per non parlare dei minori autoctoni, come pallagrello bianco, catalanesca, coda di volpe, caprettone, ginestra, fenile, ripoli, pepella, biancolella, asprinio, forastera. Su una superficie vitata di circa 25mila ettari, i bianchi rappresentano una percentuale del 46%. Nonostante non arrivino neppure alla metà, le uve a bacca bianca sono la vera eccellenza del territorio campano, come ci hanno ampiamente dimostrato gli assaggi. Fiano, greco e falanghina sono stati i vini che più ci hanno convinto.

Per quello che riguarda la degustazione dei rossi (circa 115) le annate per i vini a base piedirosso spaziavano dal 2018 al 2011, per i casavecchia dal 2017 al 2014, per il pallagrello dal 2017 al 2015, mentre per gli aglianico si partiva dal 2018 fino al 2009 (passando anche dalle riserve) terminando con un 2006. E se i piedirosso manifestano una cifra stilistica fragrante, succosa, trasversale e gastronomica non altrettanto può dirsi per l’aglianico. L’utilizzo del legno non è più caricaturale come nel passato, ma può essere gestito meglio, consentendo così al vino di liberarsi da una gabbia che ancora lo comprime. Nel bicchiere abbiamo trovato spesso degli aglianico cupi, asciutti, opachi. A parte nomi che sono delle certezze, sembra che l’aglianico fatichi a svelare una sua identità, a rivelarsi appieno, resta indefinita, spaesata, confusa. Eppure il terroir è assolutamente vocato. Sembra che manchino ancora, nonostante le punte d’eccellenza, una visione e un’interpretazione del vino precise e focalizzate, ben riconoscibili. Ma noi siamo sicuri che emergeranno presto.

Per maggiori informazioni www.campaniastories.com

Testo e foto di Amelia De Francesco

Podere la Chiesa, come recita il nome, era un tempo possedimento ecclesiastico dove da sempre, pare, si producesse vino. Una storia che Maurizio Iannantuono, originario di Campobasso ma toscano di adozione da 37 anni, e Palma Tonacci, hanno deciso di perpetuare quando nel 2009 sono diventati i proprietari del Podere. Nel luogo più panoramico della tenuta, con vista sui vigneti, sorge dal 2016 la nuova cantina, la cui struttura è di cemento armato gettato. Studiata per essere funzionale e allo stesso tempo esteticamente piacevole, nella sua originalità, è una delle poche cantine in Italia in classe energetica A4. Comprende, oltre ai locali per la vinificazione e l’invecchiamento, una raffinata sala di degustazione dove poter assaggiare i vini in tutta tranquillità, immersi nella bellezza di una toscana diversa.

Il Podere la Chiesa, con un totale di 9,5 ettari a Terricciola e 5 a Peccioli, dove sono coltivati Sangiovese (circa 80%), Vermentino, Trebbiano, Merlot, Cabernet e Canaiolo, si trova nel cuore delle Terre di Pisa, nome della Doc, ma anche suggestivamente evocativo di tutto ciò che Pisa offre di natura e arte al di fuori del percorso turistico battuto dai più della Torre Pendente. Non poteva che essere così dato che Maurizio nelle potenzialità della zona (non solo vinicola) ha creduto sin dall’inizio, tanto da essere apripista insieme ad altre aziende, del progetto “Terre di Pisa” che sta unendo le realtà territoriali enogastronomiche e dell’accoglienza sotto un unico cappello per diffonderne la conoscenza.

E la sua lunga passione per il vino (“abbiamo bevuto varie migliaia di bottiglie prima di azzardarci a produrne uno nostro”, ci dice) si è concretizzata nel farlo, tanto che Iannantuono segue personalmente sia la parte in vigna che quella enologica in cantina; la prima annata interamente diretta da lui risale al 2009. L’azienda produce 5 vini rossi e 1 bianco, che non viene commercializzato però in tutte le annate, per un totale di 40 mila bottiglie all’anno. Con l’aggiunta di alcune vigne nuove, nel giro di qualche anno conta di arrivare a 60 mila. Tra i vini, alcuni fanno solo acciaio, altri anche un passaggio in legno. Per quanto riguarda la vinificazione, avviene al momento in acciaio, ma è in programma di utilizzare a breve anche il cemento. Le vigne più vecchie risalgono a circa 40 anni fa e dal 2018 tutte le uve sono certificate bio.

Per Palma e Maurizio, unire una delle loro più grandi passioni, il vino, alle altre è stata cosa naturale: ecco che i locali della cantina, dalla sala riservata alle degustazioni alla galleria che si affaccia sulla barricaia, ospitano mostre temporanee di arte che durano alcuni mesi (“il tempo di dare la possibilità a chi lo desidera di visitarle”). E poi il Jazz, che da alcune stagioni anima, con concerti di assoluto interesse e con artisti di calibro internazionale, il cortile antistante, come testimoniano alcune fotografie degli eventi presenti all’interno della cantina stessa.

Ecco alcuni dei nostri assaggi:

Chianti DOCG Terre di Casanova 2015. Le uve di questo vino provengono soprattutto dalle vigne di Peccioli, da un terreno molto ricco in fossili. Sangiovese 100%, che fa solo acciaio. Diretto, quotidiano, sa di macchia mediterranea, balsamico, bottiglia che rischia di essere finita prima di iniziare a mangiare.

IGT Toscana Sabiniano 2012

Sangiovese + 20% di Merlot e 20% di Cabernet 2012

Elegante vellutato, con una leggera nota erbacea e un fugace (che non sia troppo!) passaggio in legno

Giungiamo poi alle “tre fasi della trasmutazione dell’oro”: Opera in bianco (ancora work in progress…), Opera in rosso e Opera in nero

IGT Toscana Opera in nero 2012

Merlot 100%

Un vino raffinato, che sa di liquirizia e cioccolato, strutturato e di grande persistenza

DOC Terre di Pisa Opera in rosso 2012

Sangiovese 100%

Balsamico e vegetale, pur nella vicinanza con il mare mantiene una buona acidità tipica del vitigno. In Toscana diremmo: “un vino da bistecca”.

 

Podere La Chiesa

Via Di Casanova 66 A

56030 – Terricciola (PI)

+39 0587 635484

+39 333 8950855

www.poderelachiesa.it

Testo e foto di Federico Bordignon

Primi di aprile, aria di primavera! La pioggia ci ha graziato e in quel di Sarego, piccolo comune in provincia di Vicenza, un bel sole ci ha riscaldato: Vinnatur 2017.

Weekend intenso questo, ricco di appuntamenti sul mondo del vino, con il classico Vinitaly a poco più di 40km di distanza, nella Verona di Romeo e Giulietta. Ma ora vi raccontiamo di Vinnatur, un evento ormai diventato un vero e proprio must per gli amanti del vino naturale e biodinamico, che in questo 2017 è giunto alla sua quattordicesima edizione. La manifestazione, organizzata dalla Natural Winemakers Association, svoltasi dall’8 al 10 aprile, ha visto la partecipazione di ben oltre 170 produttori europei di vini naturali: dal territorio dello Stivale hanno risposto alla “chiamata ai calici” quasi tutte le Regioni, in testa la Toscana, seguita da Veneto, Umbria, Lombardia e Piemonte. Dal Continente, invece, erano presenti numerosi produttori francesi, i cui banchetti venivano presi d’assalto da un pubblico incuriosito che non voleva farsi sfuggire l’occasione di assaggiare i non pochi Champagne. A seguire poi molteplici produttori spagnoli, sloveni, slovacchi, cechi e portoghesi. Un’Unione Europea targata organic wine!

Tre giorni intensi di degustazioni, assaggi, dibattiti in una cornice più unica che rara, che ci ha catapultato indietro di oltre 300 anni: Villa da Porto, detta la “Favorita”, una ben conservata villa veneta in perfetto stile palladiano, circondata da numerosi spettacolari vigneti. Lo splendido complesso architettonico si erge sopra una piccola collina, che si raggiunge attraverso un lungo e scenografico viale in salita di cipressi (per fortuna il ritorno era in discesa). Ampie sale, ben conservate, hanno ospitato i produttori e gli oltre 4000 visitatori che hanno partecipato all’evento, dagli addetti ai lavori ai semplici appassionati del mondo del vino.

Tra i numerosi vini degustati, iniziamo lasciando il cuore in terra lombarda, a Montù Beccaria, piccolo comune dell’Oltrepò pavese, dove il Sangue di Giuda 2013 di Piccolo Bacco dei Quaroni, dal colore rubino e intenso, frizzantino, al palato morbido e strutturato, ha reso ancor più briosa questa bella giornata di sole. Passiamo dai vicini piemontesi, a Ovada, nell’alessandrino, a fare la conoscenza di Forti del Vento, piccola azienda gestita da due amici di sempre, Marco e Tommaso, che hanno ereditato la passione del vino dai rispettivi nonni. Beviamo quindi un atipico Chardonnay 2016, macerato in anfora, che ci addolcisce il palato, dal sapore fruttato e armonico. Concludiamo con un’azienda di casa, Del Rebene, produttori dei Colli Berici, situata a 300 metri d’altitudine, su un terreno calcareo. Assaggiamo gli stessi vini, Carménère, di annate differenti, 2015 e il 2016 e cogliamo all’istante le differenze, quali gemelli diversi: il primo rosso è leggero e beverino, il secondo ci risulta più corposo, molto aromatico, con note di tabacco, diremo quasi un rosso da meditazione. A fine giornata ci è rimasto solo l’amaro in bocca di non essere riusciti a assaggiare i numerosi Champagne, visto i banchi dei produttori francesi presi d’assalto. Ma niente paura, la Sicilia ci ha tirato su: abbiamo rimediato concludendo con numerosi Marsala e Zibibbo dell’azienda di Marsala di Marco de Bartoli.

E ora, a fine maggio, i vignaioli di Vinnatur si preparano a volare a Copenaghen…

Testo e foto di Amelia De Francesco

Sul Carso

Il Carso è terra aspra, difficile. Ma è altresì terra di vini che ci incantano, con la loro rocciosità e ruvidezza, vini che raccontano di giornate ventose ed escursioni termiche, di vigne che affondano le radici per restar salde e di calcare e grotte profonde. Ci troviamo da Sandi Skerk, in Località Prepotto, muretti a secco dietro ogni angolo e osmize aperte da cui ci giungono voci allegre anche se siamo solo di primo pomeriggio. Eccoci, dunque, ad assaggiar vini nati fra Bora e roccia carsica e grazie alla volontà ostinata di alcuni produttori di trarne un vino autentico, che parli la loro lingua.

L’azienda si sviluppa su 7 ettari frazionati in 18 particelle e se si allunga lo sguardo sulla piega che il terreno fa dolcemente verso il mare del Golfo di Duino e si ripensa alla storia del luogo, se ne capisce chiaramente il motivo: una tradizione di mezzadria e di piccoli appezzamenti che ha condizionato lo sviluppo delle aziende agricole della zona. Una gran fatica, quando si tratta di vendemmiare, ma una ricchezza inaudita se si pensa alla varietà di microclimi ed esposizioni di cui godono le vigne degli Skerk.

In vigna

Le uve delle vigne di Malvasia, Vitovska e Terrano, oltre a quelle di Glera piantate più recentemente, deliziosamente inerbite (dato che è stagione), vengono raccolte a mano in una decina di giorni tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, con la chiusura tradizionale entro e non oltre San Luca, il 18 ottobre. La classica forma di allevamento carsico per la vite era la pergola, comoda per la manutenzione delle piante, ma Sandi preferisce l’alberello con potatura corta, con 3 speroni che consentono una crescita uniforme e ottimale per Vitovska e Terrano. La famiglia Skerk è lì da generazioni, l’azienda tirata su dal nonno di Sandi prevedeva anche l’allevamento di animali e la specializzazione vinicola è iniziata una trentina di anni fa. Le prime bottiglie, che hanno man mano sostituito la vendita del vino sfuso, risalgono all”87 e adesso tutto il vino prodotto finisce in bottiglia tranne la quantità dedicata alla mescita durante il tempo dell’osmiza (nda: la prossima apertura è prevista per Pasqua!)

In cantina

La mia parte preferita, sia chiaro.

Procediamo all’assaggio dalle botti, concentrandoci quindi sull’annata 2015. Per tutti i vini, 10 giorni di macerazione sulle bucce, non c’è fretta qui, le cose fatte per bene hanno i loro tempi. E con mano leggera: non berremo orange wine da Sandi.

La Vitovska 2015, il vitigno autoctono per eccellenza, sa di susina fresca, di giornata di primavera, ti viene voglia di berla d’un fiato con accanto un buon piatto.

La Malvasia 2015 è pura roccia carsica, nitida, pulita, sapida, una sferzata di vento e mare.

L’Ograde 2015 (“ograda” vuol dire particella di terreno con muretto a secco) è un blend di Malvasia, Vitovska, Pinot grigio e Sauvignon in parti pressoché uguali. Un territorio racchiuso in un vino elegante, rotondo, che è impossibile non riconoscere. Agrumi, note di delicata speziatura e fiori e ancora roccia.

È infine la volta del Terrano. E qui, mentre cerchiamo di capire dove arriverà quel vino, ad oggi ancora pungente e diretto ma foriero di sorprese (e lo intuiamo, conoscendo il risultato in bottiglia di altre annate), parte la discussione sull’origine del vitigno e sui vicini sloveni, i loro vini, le prospettive per il vitigno.

Riemergiamo dal ventre della terra per l’ultimo, clamoroso bicchiere, goduto all’aria aperta, vista mare: una novità che Sandi spera di far uscire, dopo anni di esperimenti, nel 2018. Si tratta di Glera spumantizzata con metodo classico, un vino ancora senza nome ma di cui sentirete parlare, ne siamo certi. Rifermentato in bottiglia con il mosto dell’anno successivo, è frutto di un vitigno dagli acini più piccoli e con la buccia assai spessa: una Glera cresciuta su terra gialla, resistente al vento e alla landa carsica e perfetta per la macerazione.

All’assaggio il 2014 è agrume, preciso, asciutto, con bolla fine e non molto persistente. Il 2015, invece, è un campo di camomilla, fiori bianchi, più equilibrato. L’ultimo tentativo in ordine cronologico e Sandi ne è soddisfatto. In tutto saranno 1000 bottiglie, anzi, 999 dato che, per inciso, il bicchiere non è bastato e una l’abbiamo bevuta noi…

Il Carso è terra aspra e difficile, è vero. Ma imparate a conoscerla e vi ci attaccherete con la stessa tenacia delle viti.

AZIENDA AGRICOLA SKERK
Loc. Prepotto, 20 ·•· 34011 Duino Aurisina (TS)

www.skerk.com

Testo e foto di Amelia De Francesco

Ore 11,05, Una Hotel.

Entro con l’idea di sempre: seguirò un percorso ragionato, un giro di assaggi metodico, partendo da quanto mi sono persa finora nel 2017 agli eventi di vino. Ho una mezza giornata a disposizione, poche ore prima che le sale che ospitano Terre di Toscana si riempiano di gente (pur restando, diciamolo, godibili sino alla fine del pomeriggio).

Sto per cominciare, con la guida dei produttori alla mano, ma alcuni vini, ti dicono i primi amici che incontri, “tra poco saranno finiti”!, vedi il Sassicaia 2014 (di cui infatti mi accaparro subito qualche goccia, pur trovando assai più di mio gradimento il Guidalberto 2015). Subito dopo, detto fra noi, vuoi non cedere a un paio di Champagne, facciamo tre? Che si sa, si deve iniziare con le bollicine. Ed ecco il Barbier-Louvet Perlage de Rose e il Fernand Hutasse et Fils Brut Grand Cru. La colazione deluxe si può dire così terminata con somma soddisfazione. Ultima deviazione prima del giro ufficiale, Terenzi, Vermentino di Maremma 2016 e Viognier Montedonico 2016 (e non solo) che mi paiono un ottimo inizio.

Ore 11,25. Affronto la sala principale.

E lì ogni buon proposito di un procedere con lenta coerenza svanisce. Prima di tutto qualche saluto “ciao cara come stai? Ci rivediamo a Vinitaly?” (che poi è un tormentone enoico almeno quanto sotto Natale “se non ti rivedo auguri, eh!”), che fa sempre piacere e ci sta. Poi la guida ai produttori, presa diligentemente all’entrata, inizia a scivolare di mano mentre cerchi di reggerla insieme al cellulare scattafoto alla penna e al calice e decidi di infilarla in borsa. Poi ancora adocchi un vigneron amico o la tua passione in bottiglia ed è l’inizio della fine. O meglio: l’inizio di un allegro e sconsiderato movimento da un’uva all’altra (cercando di rispettare l’ordine primabianchi-poirossi), da una zona all’altra, di doc in doc con soste alle IGT.

Parto con Stefano Amerighi e con la grazia asciutta del suo Syrah 2014, proseguendo con i grandi classici di Argiano, Salvioni, Castello di Ama e Badia a Coltibuono (che mi riprometto di visitare quanto prima). Arrivo in quel di Pisa, a San Miniato, da Pietro Beconcini e le sue vigne. Ma ne parleremo più avanti. Un salto a Montepulciano, con il nobilissimo Boscarelli, che non sbaglia un colpo, e da Enzo Brini del Conventino (ma anche del Ginepraio, Dry Gin Toscano, nda) e di nuovo Pisa, ma stavolta verso il mare, a Riparbella, con l’assaggio di Caiarossa e del Terrablu di Podere Marcampo.

E ancora Antonio Camillo con il Ciliegiolo 2015, Canalicchio di Sopra con il Brunello 2012 (gran bell’annata questo 2012 per i Brunelli!). Senza tralasciare le vecchie annate, come il Villa Capezzana 2007, per esempio, di una doc che ho scoperto troppo tardi ma la cui conoscenza sto coltivando in tempi da record.

Le ore trascorrono veloci vagando per la Toscana del vino. Arriva il momento di chiudere il giro di degustazioni. A voi qualche appunto dal taccuino informatico della sottoscritta e l’invito a non perdere Terre d’Italia, di Acquabuona naturalmente, il 21 e 22 maggio 2017:

Terenzi – Purosangue 2014: uve provenienti da una vigna vecchia, Sangiovese 100%, prima annata uscita nel 2012, è velluto in bocca. Elegante e complesso, non si dimentica.

Pietro Beconcini – Vigna le Nicchie 2011, Tempranillo: un vino spiazzante, poderoso ma elegante, con note di cocco (eppure invecchiato in classiche barrique francesi) 2011 poderoso, da vigne di prefillossera.

Caiarossa – Oro di Caiarossa 2011: da uve di Petit Manseng, uno dei miei preferiti fra i vini dolci di Toscana, riposa in legno 18 mesi facendo la sua fermentazione in barrique. L’azienda ha 31 ettari vitati divisi in 51 parcelle, con tre varietà bianche e sette rosse. Tutte da provare.

Monsanto – Il Poggio 2011 Riserva: gran naso, riassunto esemplare di ciò che ti aspetti bevendo Chianti, nota dolce e levigata.

Colle Santa Mustiola – Poggio ai Chiari 2007: succoso, in bocca una bella freschezza, tannino smussato, tanto tabacco di quello buono.

Isole e Olena, Cepparello 2013: la purezza del Sangiovese. Non servono molte altre parole (lo dovete bere!).

Testo e foto di Amelia De Francesco

Note di degustazione a cura di Pierpaolo Penco

Kristian Keber è giovane, sorridente, entusiasta di quello che fa e disponibile a raccontarlo. È anche un enotecnico con la passione per la permacoltura e il vino. Si occupa dell’azienda di famiglia (che porta il nome di suo padre Edi) che ha molti più anni di lui, 350 per l’esattezza. Fino a 100 anni fa dai Keber, di origine austriaca, come ci dice il cognome, si produceva prevalentemente frutta e poi si allevava bestiame e si coltivavano i campi con ciò che più conveniva.

Un’azienda agricola a tutto tondo, dunque, dove il vino non era sin da principio il prodotto preminente. Il nonno di Kristian ha iniziato a imbottigliare nel ’57 e fino al ’95 la maggior parte della produzione era costituita da 4 vini, 2 bianchi (in cui la percentuale preponderante era Tocai, ora Friulano) e 2 rossi. Nel 2008 la decisione di ridurre in maniera significativa l’offerta per concentrarsi sulla maggior e più compiuta espressione del territorio del Collio. A oggi gli ettari vitati sono 12, coltivati in regime biologico. Le vigne, di cui le più vecchie risalgono a circa 80 anni fa, producono circa 50 mila bottiglie all’anno… di un solo vino (eccezion fatta per le 3mila bottiglie di Merlot). Ma Edi non si ferma, guarda avanti con la lunga storia dell’azienda alle spalle, e pensa a un nuovo progetto, che si muove nella direzione già seguita dai suoi avi, di massima integrazione del sistema: far pascolare le pecore in vigna e poi ripararle nei 3 h di terra ora dedicati alla coltivazione della colza.

Entriamo in cantina e, passando accanto alle bottiglie e alle opere di Maurizio Armellin, artista di Vittorio Veneto, che circondano le barrique e spuntano dalle pareti, arriviamo in una prima sala, assai scenografica (anche se in realtà meno antica delle altre) per poi dirigerci verso la sala in cui, nelle vasche, il vino atto a divenire riposa.

E qua Kristian racconta. Ci racconta per esempio della scelta di un progetto di vinificazione che è, si può dire, opposto a quello della Borgogna: in base al terreno, varia la varietà. E quindi ecco che sui pendii più alti si troverà la Ribolla, il Friulano alle mezze altitudini e in basso, dove il terreno si fa dolcemente piano, la Malvasia. Si lavora dunque per parti e poi si imbottiglia a maggio. E in prospettiva, fra qualche anno, si rimanderà l’uscita del vino di un altro anno.

L’entusiasmo, la tecnica e la capacità di far squadra e di aderire alle iniziative e ai movimenti virtuosi (si veda la FIVI), il tutto unito ai saperi di un tempo, che se non ti scorrono nelle vene li vai a ricercare, non possono che portare i loro buoni frutti. La loro buona, ottima uva diremmo. E seduti, finalmente, a un tavolo con i bicchieri in mano (e con l’immancabile fettina di salame che ogni vignaiolo friulano non esiterà a offrire) abbiamo la conferma di quanto appena detto.

Note di degustazione

Il Collio Bianco di Edi Keber è uno dei vini più rappresentativi della denominazione di punta dell’enologia friulana. Nel tradizionale assemblaggio di Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla, le uve sono vinificate separatamente vigna per vigna in percentuali diverse e affinate in vasche di cemento, con una parte in botti di rovere. L’assaggio di ogni parcella risulta una vera mappatura del territorio di Cormons, facendo percepire le differenti esposizioni che portano a periodi di maturazione anche sensibilmente distanti, che poi conferiscono al vino (l’unico bianco aziendale ormai da quasi un decennio, con una scelta coraggiosa e controcorrente) una ricchezza di sfumature che si riveleranno nel tempo. Il Friulano regala al vino la sua struttura, la Ribolla apporta la freschezza, mentre la Malvasia conferisce aromi speziati e un tocco di salinità alle sfumature di mandorla e pesca bianca.

Oggi un progetto a quattro mani tra Edi e il figlio Kristian, il Collio Bianco vuole dare una fotografia fedele del territorio, rispecchiandone le caratteristiche grazie a un rispetto per l’ambiente secondo una filosofia a basso impatto sia in vigna, dove la chimica è stata abbandonata da molti anni, sia in cantina, biglietto da visita dell’Azienda quale esempio di Vignaiolo Indipendente (Kristian è infatti uno più convinti dei referenti della FIVI, di cui riporta il logo sia sulla bottiglia che sui cartoni).

Kristian vinifica anche le uve della vigna del nonno, oggi in Slovenia (ma a poche centinaia di metri da un confine che non esiste più), imbottigliando un bianco Brda (nome del Collio sloveno) composto dalle stesse uve tradizionali (ma nel quale la percentuale di Ribolla è maggioritaria), servendosi di una macerazione sulle bucce maggiore, senza risultare però uno dei tanti “Orange wine” diffusi in zona. Il vino, che prevede un maggior affinamento in bottiglia prima dell’immissione in commercio (in corso l’annata 2013), è molto gastronomico, sposandosi bene con una cucina anche elaborata che ne esalti le caratteristiche di morbidezza e sapidità.

Testo e foto di Amelia De Francesco

13 ottobre 2013. Una giornata piovosa per puro accidente metereologico, ma non per questo meno memorabile, come lo sono tutti gli inizi di un’avventura: le aziende agricole lucchesi, che praticano da anni la biodinamica nei campi e in vigna, decisero di presentarsi, di fare capolino e raccontare la loro storia. Quel giorno, riparati sotto un gazebo alla Fabbrica di San Martino per via della pioggia scrosciante, in un clima di allegria conviviale nonostante tutto, giornalisti e appassionati assaggiarono i vini e i prodotti della campagna, accompagnati da un buon numero di ristoratori locali che ben volentieri si prestarono a preparare piatti della cucina tradizionale del territorio. Quello fu solo, simbolicamente, l’inizio. Seguì una serata in vigna a giugno del 2015, la notte di San Giovanni, ancora una volta in compagnia dei ristoranti lucchesi, perché riuscire a far squadra è sempre una vittoria. In realtà i biodinamici lucchesi, come molti oramai li chiamano, da anni si scambiano informazioni, consigli, nozioni e attrezzi agricoli, in una situazione di sintonia che è ben raro trovare altrove. Logico che allora prima o poi ci si mettesse insieme.

Il 20 luglio del 2016 nasce la rete di LuccaBioDinamica, punto di arrivo ma anche inizio delle riflessioni nate nel 2013 e ancora più indietro nel tempo. Le 13 aziende (di cui 7 di proprietà o gestite da under 40), hanno costituito formalmente un soggetto giuridico che consentirà di promuovere, valorizzare e commercializzare i prodotti di ciascuno. Parte fondamentale la giocherà la formazione per gli “agricoltori convenzionali” di tutta la provincia (ma si potrà pensare a rendere Lucca il cuore di queste pratiche agricole in Italia). Inoltre tra aziende della rete ci si aiuterà anche a verificare che la partecipazione sia effettiva e reale e ci si confronterà costantemente per fare il punto su teoria e tecniche e sull’avanzamento dei lavori in corso.

Ma cos’è la biodinamica?

Per estrema semplificazione diremo che la biodinamica si basa sull’uso di preparati utili a stimolare attivamente la fertilità della terra ed evita l’uso di pesticidi, diserbanti e molecole chimiche in genere. Ma questo non è che un aspetto, il tassello ultimo di un percorso che inizia dall’osservazione e che porta alla comprensione, alla responsabilità e alla partecipazione. La figura centrale del processo agricolo è infatti l’uomo, inteso come parte della natura stessa, come uno degli elementi che compongono un organismo vivente regolato da equilibri preziosi che vanno riconosciuti e con cui occorre confrontarsi. L’ottica non è quella di curare, ma di costruire un sistema sano, di favorire la vitalità dei suoli e di aiutare la terra a esprimersi, affiancandola e custodendola in armonia con i suoi ritmi vitali. Non esistono regole preconfezionate e immutabili perché ogni territorio ha caratteristiche uniche, così come le piante hanno una loro spiccata individualità che va riconosciuta e accettata.

Scriveva per noi Fabio Pracchia su Cook_inc.08: “L’obiettivo dell’agricoltore biodinamico deve essere la creazione di un organismo agricolo individuale.[…] La fertilità del suolo, la bontà della sua struttura, sono fondamentali per il corretto svolgimento del lavoro. Se la qualità degli alimenti è la conseguenza della pratica biodinamica, uno dei suoi obiettivi è la salvaguardia dell’ambiente. Un suolo strutturato, ricco di humus e microrganismi, è un patrimonio capace di garantire salubrità delle piante ed equilibrio dell’ecosistema”.

La biodinamica, quindi, non è una moda, una tendenza o semplicemente un modo di far agricoltura. Non è solo tutela dell’ecosistema o rispetto del terreno. È una visione del mondo, una prospettiva da cui guardare. La ricerca di un equilibrio che fa bene a noi, oltre che alla terra.

Non ci resta che augurare un buon lavoro alle aziende agricole che hanno dato vita alla Rete LuccaBiodinamica: Fattoria Colleverde, Fabbrica di San Martino, Al Podere di Rosa, Calafata Soc. Coop. Agricola Sociale, Macea, Tenuta Lenzini, Podere Còncori, Tenuta di Valgiano, Agricola Nico, Valle del Sole, Fattoria Sardi Giustiniani, Tenuta Mareli e Maestà della Formica.

Testo e foto di Amelia De Francesco

Ad addentrarsi nel Carso triestino sembra di passeggiare sulla Luna. Vuoi perché l’aspetto delle rocce che affiorano è simile a quello di crateri lunari. Vuoi perché intorno tutto è quiete e apparente immobilità. Vuoi perché qui alcuni vignaioli, che ai loro esordi molti prendevano per folli e visionari, hanno fatto una cosa letteralmente fuori dal mondo: hanno creduto nelle potenzialità dell’aspra terra che avevano sotto i loro piedi rendendola ospitale per la vite, quella stessa terra che i loro nonni e bisnonni e le generazioni ancora prima avevano calpestato, ostinandosi a restarci.

Un terreno prevalentemente di composizione calcarea, dove le radici delle piante devono affondare esili e in cerca di acqua. Un luogo, il Carso brullo, che scoraggia un fitto insediamento umano, un posto dove si allevava bestiame e la maggior parte degli abitanti viveva di orto e pastorizia. Il vino si è sempre fatto, ed era semplicemente “un bianco” o “un rosso”, nulla di più e quasi tutto prodotto per il consumo della famiglia.

Edi Kante, è cresciuto poco distante dall’attuale azienda agricola di 15 h di cui oggi è proprietario. Si appassiona sin da piccolo all’agraria e soprattutto alla sua difficile terra carsica, di cui conosceva grotte, rocce e intuiva le doti nascoste, da ricercare. Per questo, circa 40 anni fa, poco più che ragazzo, decide di prendere in carico i terreni di famiglia, allora circa 2 ettari, scommettendo sulla viticoltura di qualità. Erano gli anni in cui si potevano veder girare insieme, amici e compagni di avventure in vigna, i vari Soldera, Gaja, De Bartoli e il gruppo dei vignerons del Confine orientale, come Gravner, Radikon, i fratelli Bensa (La Castellada), Mlečnik. Prestissimo Kante diventa, per i giovani del Carso che l’hanno poi seguito, un prezioso punto di riferimento, “un faro a cui guardare per orientarsi”, come ci racconta Edi Tapacino, che di Kante è l’anima commerciale e ci guida con passione e competenza alla scoperta dei vini. Negli anni ‘80, quando ancora gli danno del matto per la sua ostinazione e nessuno avrebbe scommesso un soldo su di lui, dunque, Kante inizia ad acquistare terreni, a spietrarli (si, perché il Carso nutre le vigne se ti sai conquistare i suoi terreni pietra dopo pietra, metro dopo metro) a riempirli di terra rossa depositata nelle doline e a piantare barbatelle. Crede per primo in un vitigno difficile, poco conosciuto e altrettanto poco (o male) vinificato, la Vitovska, uva dalla buccia grossa, usata all’epoca come barriera per riparare la Malvasia dalla Bora invernale, che qui spesso soffia senza tregua. Opta per il guyot singolo, forma di allevamento allora non praticato in zona, e si vota ai bianchi, che riconosce come l’espressione più autentica della sua terra e della sua sensibilità. Inizialmente sperimenta le lunghe macerazione sulle bucce, ma presto le abbandona perché nel vino cerca altro: l’eleganza e la finezza. Caratteristiche che si ritrovano perfettamente quando si assaggiano i suoi vini carsolini.

Oltre alla Vitovska e alla Malvasia, pianta due vitigni internazionali, il Sauvignon e lo Chardonnay, che oggi nell’immaginario comune degli appassionato di bianchi vogliono dire Friuli. Alcuni bianchi di Kante furono tra i primi a essere messi in commercio con più di 10 anni di invecchiamento, con sorpresa dei sostenitori di “il bianco va bevuto giovane”. Dei primi anni ’90 è la cantina, completamente scavata nella roccia carsica, all’interno della quale la temperatura (che non ha certo bisogno di essere controllata) si aggira costantemente sugli 11 gradi.

I vini bianchi fanno tutti un anno in barrique usate non tostate per poi stare altrettanto in acciaio. Al momento in commercio si trova l’annata 2013. Poiché i terreni sono estremamente parcellizzati, la vinificazione viene fatta separatamente, vigneto per vigneto, e poi avverrà l’assemblaggio. La resa per pianta è molto bassa, si parla di 60 quintali/ettaro. I vini non sono filtrati. Nelle annate migliori escono le riserve che, dopo un anno in legno e uno in bottiglia, procedono con altri 5, 6 o 7 anni di affinamento in cantina. Trascorso questo tempo, vengono assaggiate da Edi in persona che decide di volta in volta, senza vincoli commerciali o temporali, quale annata sarà pronta per uscire.

Delle circa 65mila bottiglie prodotte ogni anno il 90% sono bianchi, un paio di ettari sono dedicati al Pinot Nero e al Terrano, altro vitigno autoctono poco conosciuto al di fuori della regione (di cui abbiamo assaggiato uno splendido esempio del 2010, dalla finezza quasi inaspettata per un vitigno considerato, forse a torto, rustico e ostico).

Dal Pinot Nero e da un assemblaggio di Malvasia e Chardonnay nascono i due metodi classici “KK”, iniziati con esperimenti una quindicina di anni fa e figli della passione personale di Edi per lo champagne e le bollicine. Senza dosaggio, asciutti e salini, sono la via di accesso alla sequenza di vini che ci aspetta.

Eccone alcuni:

KK, blanc de blanc: remouage a mano per queste bottiglie, circa 10mila all’anno, coccolate dai cantinieri. Nessuna concessione alla dolcezza, diretto come la stretta di mano di un carsolino…

Vitovska – 2013: ossia la rivincita dei piccoli e dimenticati. Oggi molti parlano di Vitovska, alcuni la producono, è quasi un’ondata, “un ritorno di moda di”. Qui da Kante è scelta di decenni e si sente. Salina, senza fronzoli, pulita, elegante, minerale. A noi pare già un classico del suo genere.

Malvasia – 2001: ingannati dal naso fruttato, di pesca bianca, la prendiamo per un Sauvignon. Invece si tratta di Malvasia, asciutta e dritta in bocca, matura nella sua complessità ma ancora con una bella freschezza. E 15 anni sulle spalle…

La Bora di Kante – 2008: in etichetta foto del Molo Audace di Trieste con la Bora che soffia, questo vino è uscito nel 2001 per la prima volta, poi ancora nel 2005 e 2006. L’esempio più illuminante di come il Carso sia uno dei veri “terroir” d’Italia, plasmando a suo piacimento il vitigno più plastico, coniugando una cristallinità nordica, silicea, con la salinità delle rocce calcaree a poca distanza dal Mediterraneo

Chiudiamo con una piacevolissima sorpresa: lo Chardonnay della linea classica annata ’98, a conferma che da Kante non esiste una linea “fresca” e una da invecchiamento, ma tutti i vini si prestano a un’entusiasmante evoluzione che, come i quadri che Edi dipinge, può essere colorata, estrosa o più cerebrale.