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Il timbro materico della Gelateria Paolo Brunelli

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“La fatica mi deprime

E mi tiene sulle spine

Ma se vado fuori a cena

Prendo un gelato all’amarena

Il gelato è il mio conforto

Mi ripaga di ogni torto

Il gelato mi consola

E fa dolce la mia gola”

Gelati – Skiantos

L’estate chiama gelato. O il gelato chiama l’estate. Personalmente la voglia di gelato mi chiama sempre, ma il risultato non cambia. Perché in questo tour onirico e pantagruelico a zonzo per le spiagge vellutate di Senigallia non potevamo ometter la tappa in una delle migliori gelaterie d’Italia. Quella di Paolo Brunelli. E per farlo, ci piace idealmente continuare a cavalcare le onde sonore irriverenti degli Skiantos, già sprigionate durante il racconto della Trattoria Vino & Cibo. Perché il valore aggiunto di questo gomitolo urbano – lo rimarchiamo dal primo capitolo – è che in un relativamente minuscolo spazio vitale si trovano condensati indirizzi meritevoli in numero spropositato. Basta infatti valicare il ponte sul canale che taglia la città, per metter piede nella graziosissima Via Carducci. Dove appunto i coni grondati felicità e sventolati al cielo dai clienti saranno il vostro segnale che siete approdati nel posto giusto. Non ho scelto un incipit musicale a caso per introdurre questo mastro gelatiere: non solo la sua vita professionale (e intima) ha un legame importante con la musica. Ma amo inoltre rintracciare – datemi del folle – diverse analogie tra l’approccio di Brunelli e lo spirito controcorrente, provocatorio e avanguardista del gruppo di Freak Antoni.

Gelateria Selfmade, a tempo di musica & caparbietà

Paolo nasce e cresce infatti in una famiglia di ristoratori di rango, sotto il fardello di una consolidata attività promossa con successo ad Agugliano dal 1934 (tra i colli di Ancona). Qui, si calcifica le ossa in tema gastronomico, assecondando l’onere ereditario e affinando le sue skills nel campo dell’ospitalità e del vino dal ‘79. Ma il suo spirito garbatamente ribelle e ambizioso (a fin di bene), pende come un metronomo anche verso la passione musicale. Espressione che lo vede cimentarsi con successo in vari generi, tra studi di registrazione e campionature elettroniche, accompagnandolo in una ricerca identitaria che prende sempre più forma. Conscio del gesto culinario inarrivabile della madre, ai fornelli del ristorante, modella la sua dimensione attraverso il sound levigato e scientifico dell’arte dolciaria. Fin da subito con il gelato, poi con un prodotto cardine e ostico da maneggiare come il cioccolato. Imboccando questo settore con logica selfmade, formandosi tramite manuali, olio di gomito e mantecature sul campo. Autodidatta direbbe qualcuno, libero pensatore dico io. Perché è importante porre un accento rigido sulla formazione scolastica e sull’indirizzo tecnico/didattico da perseguire (soprattutto in cucina). Ma è altrettanto importante sviluppare la capacità di acquisire una propria visione e una metrica personale, che evade da dogmi e dottrine vincolanti. In questo, Brunelli ha saputo recuperare i dettami tecnici con la gavetta vera, riuscendo però a elevare il livello del suo prodotto attraverso la mentalità aperta di chi non ha fantasia compressa da limiti o imposizioni concettuali. Il suo gelato, proposto inizialmente al ristorante, si è rivelato un successo immediato. Così, dopo poco, decide di ruzzolare giù dalle colline fino alle coste di Senigallia. Dove il bacino fertile di attrattive gastronomiche (vedi i colossi di Moreno Cedroni & Mauro Uliassi) lascia presumere belle soddisfazioni. Così è stato: in un rush esplosivo di risposte dalla clientela, la Gelateria Cioccolateria Paolo Brunelli ha trovato dinnanzi al Mar Adriatico il suo terroir d’elezione.

I gusti… per la materia artigiana 

Con la logica di chi si è fatto da solo, alla base del valore del suo prodotto ci sono le basi autentiche della gelateria artigianale (e della gastronomia in generale): le materie prime. Artigianali anch’esse. Ricercate e selezionate all’origine, con scrupolosità estrema, tra piccoli produttori autoctoni, presidi Slow Food da tutto lo stivale e qualche incursione esotica, sempre e solo apportata in coerenza qualitativa. Si parte dal latte, tacciabile in percentuale maggiore da una centrale locale e implementato da fattorie di nicchia che allevano razze pregiate (come le Jersey). Stesso metodo per uova, panna, latticini e zucchero di canna bianco o zucchero integrale di canna (che sostituisce in ogni gusto il consueto zucchero di barbabietola). Nocciole, pistacchi e in generale tutta la frutta secca, proviene da agricoltori locali o da presidi italiani, così come la frutta fresca (per i sorbetti all’acqua minerale naturale) quasi interamente di natura biologica. Una filosofia che scandisce le stagioni in una gamma simbolica di circa 20 gusti, che però mutano, si evolvono e ruotano nell’arco dei 365 giorni. Assecondando anche fattori di reperibilità naturale: un latte estivo sarà meno grasso rispetto a un latte primaverile o autunnale, dunque si dovranno bilanciare e dosare i grassi per arrivare a un risultato ottimale e omogeneo per tutto l’anno.

L’irrinunciabile affettività del gelato. Anche se umami.

Le ricette che ne scaturiscono, a partire dai classici, sono il riassunto del timbro materico di Paolo: pistacchio siculo vero di Bronte; zabaione al Varnelli; nocciola piemontese; crema all’antica con uova bio e vaniglia di Mananara del Madagascar; Panna d’alpeggio biodinamica; farina bona di mais del Canton Ticino; e naturalmente il cioccolato, scelto per monorigini in collaborazione di lunga data con il brand Valrhona – insieme a cui Brunelli va a individuare varietà di cioccolati a partire da singole tipologie di fave di cacao. Volumi cremosi, avvolgenti, scultorei. Assaggi rifocillanti, vellutati e fini al palato. Caratteristiche onnipresenti, che vanno a definire un primo timbro esperienziale/gustativo fortemente voluto da Paolo: quello dell’affettività. Ovvero la piacevolezza imparziale, istintiva e incondizionata che – dal bambino all’adulto – secondo lui deve evocare un buon gelato all’assaggio. Risultato centrato in pieno. L’altro timbro invece – che asseconda corde caratteriali estrose e amanti di sapori/contrasti decisi – è quella che indaga su un concetto evoluto/moderno di gelato. Che però parte sempre da tracciati emotivi, territoriali e ancestrali. Una linea d’avanguardia, come: il seducente Senigallia (cioccolato caramellato, olio extra vergine di oliva, sale marino di Cervia, graniglia di caffè, zest di arancio); la Crema Brunelli (crema pasticcera con aggiunta di nocciole caramellate, vaniglia e cioccolato venezuelano); il pungente Portonovo (cioccolato al caramello e arachidi al sale di Cervia); l’Agugliano (uovo sbattuto profumato al rosmarino e granella di nocciole). Spingendosi poi oltre, dall’idea dei singoli gusti ai limiti del gusto stesso: ricercando e scovando un prototipo di umami anche nelle trame sotto-zero del gelato. Ne è esempio il Gelato di arachide, gel di bitter Campari, arancia e olive candite. Un tuffo mai più dolce (ma anche sapido, acido e amaro) nelle memorie futuriste d’aperitivo anni ’80. Attraccando infine ad assemblaggi culinari di raro equilibrio, come lo spigoloso e penetrante Gelato alla mandorla d’Avola, uovo sbattuto al vin cotto marchigiano, ciccioli di maiale e grattata di pecorino dei Monti Sibillini (uno dei pochi formaggi presidi Slow Food marchigiani che conta solo tre produttori). Anche qui imprevedibile umami chaud froid con picchi alle stelle. Last but not least, la recente sinergia sviluppata su alcune creazioni con il barman fuoriclasse Oscar Quagliarini, trasferitosi da poco a Senigallia per produrre spiriti e fragranze edibili. Un match di intenti e visioni che fa già vibrare nuove idee nelle carapine. Al fresco della gelateria di questo artigiano dallo spirito eclettico e controcorrente.

Gelateria-cioccolateria Paolo Brunelli

 Via Giosuè Carducci, 7

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 071 60422

www.paolobrunelli.me

Fiaba e poesia sul bagnasciuga, nella “Palafitta Gourmet” di Moreno Cedroni

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“In un Paese delle Meraviglie essi giacciono,

Sognando mentre i giorni passano,

Sognando mentre le estati muoiono;

Eternamente scivolando lungo la corrente

indugiando nell’aureo bagliore…

Che cos’è la vita se non un sogno?”

Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll

Non è il sogno di una notte di mezza estate, ma un sogno a occhi aperti quello che si materializza ogni volta: volutamente naufraghi, con sguardo meravigliato rivolto al Clandestino di Portonovo. Schermati dalle spalle rocciose del Monte Conero, a picco sul Mar Adriatico. Lungo la riva di una delle più belle coste marchigiane. Ammirando l’intreccio cromatico del turchese acquatico che corteggia le spiagge bianche di ghiaia e sassi levigati. Un battaglione di citazioni e cliché, che qui trovano però giustificazione. Per provare a ritrarre un’insegna dove l’inflazionata location è davvero impareggiabile.

Anguilla in carpione Corte d’Este

Aperta nel lontano 2000 (sulle note della hit di Manu Chau da cui prende il nome) questa “palafitta gourmet” aggrappata agli scogli, conserva sempre un fascino selvaggio e incantato. Anche a seguito di quella mareggiata che ne distrusse la forma originale nel 2012. E che l’ha vista risorgere più forte e luminosa che mai. Continuando a propagare vibrazioni magiche e rigeneranti allo stesso ritmo dei gorgoglii marini che ne circoscrivono la dimensione. Spiaggiati in questo angolo di paradiso, a qualsiasi ora del giornata, il ticchettio dell’orologio avanza a rilento (in barba alle frenesie del Bianconiglio). In uno spazio onirico ricamato dall’offerta dello Chef/Peter Pan Moreno Cedroni (che vi abbiamo raccontato qui). Colazioni dolci o salate per languori pre-tuffo o per spiriti balneari mattutini (provate la versione toast e pata negra).

Foto di Alberto Blasetti

Passando poi al pranzo in costume e infradito, a base di crudi succosi, plateau di ostriche, conserve ittiche e supersonici panini homemade (fenomenale quello con Baccalà al cubo in insalata e pil-pil di baccalà). L’ambiente si rafforza di componenti fatate, scalando placidamente dall’aperitivo al tramonto (con formule eno-gastronomiche studiate per l’occasione) fino al momento clou della cena. Con l’imporsi del manto notturno (se siete fortunelli puntellato di stelle) si accende un’atmosfera ineguagliabile, rilanciata dalla composizione di luci ideata su misura da Moreno e Mariella con il designer Davide Groppi. Preso possesso dei tavoli conficcati nella nuda sabbia, sarà solo il sound del mare ad accompagnare l’esperienza, come unica colonna sonora. Coccolati e riveriti da un servizio premuroso, in candide divise bianche. Quasi a rilanciare la poetica sospesa e pura del contesto.

Capesante bruciacchiate con purea di patate emulsionata all’olio extra vergine Foto di Alberto Blasetti

Ogni anno, il menu degustazione sviluppato dallo chef e dalla sua squadra segue un tema portante. Contraddistinto dalla verve ludica, provocatoria ed evocativa che tratteggia da sempre la personalità in cucina di Cedroni & Co. Questa stagione sarà il Mediterraneo, in tutta la sua ampiezza concettuale, a disegnare un tracciato di storie, culture e sapori. Esibendo colori accessi, profumi primordiali, ingredienti autoctoni e sfumature meticce che accompagnano da sempre le radici dei popoli che ne scrutano le sponde. Noi però non possiamo scordare gli ormai signature onnipresenti in carta. Generati dalla compilation di best dishes ai quali i clienti (o il cuoco stesso) rimangono maggiormente affezionati. La morbidezza vellutata e rincuorante della Pizzetta con sgombro, pomodorini e burrata. I bocconi affettivi, iodati e pasciuti della Polentina con frutti di mare cotti e crudi in salsa al prezzemolo. Ancora quelle Capesante magistralmente “bruciacchiate”, con purea di patate emulsionata all’olio extra vergine. Dove il less is more si potenzia con i moti marini che circondano il paesaggio. Ma c’è spazio anche per qualche estratto dai degustazione dei menu passati: vedi l’acuto tuonante di Thor (Menu Vichinghi): King crab, pastinaca fermentata e pesto di alghe. O la vulcanica e penetrante Anguilla in carpione Corte d’Este (Menu Rinascimento): elevata dal bouquet aromatico fumante ai toni di alloro, con spezie esotiche, cavolfiore e succo d’uva.

“una flotta di dolci da capriole glicemiche”
Foto di Alberto Blasetti

Si chiude con una flotta di dolci da capriole glicemiche. Evidenziando una pasticceria che non si fa parlare dietro: imperdibile la Mousse di cioccolato fondente al sale di Cipro e olio alle clementine; ma anche la Cassata in salsa ai lamponi vi strapperà un ululato di gioia. Come d’altronde ogni elemento, naturale e non, che prende vita in questo luogo. Una struttura ancorata e coesa in chiave simbiotica ai sussurri di un ecosistema fiabesco. Dove cibo e ristoro acquisiscono un ruolo di complemento d’estasi. E che grazie alla squadra di Moreno non viene mai (in coerenza) lasciato al caso. Perché la bellezza non va mai data per scontata.

Clandestino

Località Portonovo

60020 Ancona (AN)

Tel: +39 071 801 422

www.morenocedroni.it

La cucina MADiterranea di Niko Pizzimenti. Da San Vito a Senigallia, passando per l’Australia

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“Ah, primavera! Puntellandoti sui prismi del sole, come ti vedo sorgere di tra le cose. Ti parlerò col mio linguaggio che nasconde segni, della mia gioia profonda, dopo la chiusa tristezza. Oh, gioia del mio cuore! Padiglioni di seta gialla, chioschi pesanti costruiti di profumo, nella terra, del Sud, dove canto. Emergono a ogni angolo di strada, come un oblio di candelabri. Ho pure udito nelle strade, sopra i fili del telegrafo, cantare gli uccelli! O anche i tetti dell’inverno, canali di pioggia, che hanno incominciato a ingiallire i loro muschi scontenti.È che dietro le cose ci sei tu. Primavera, che incominci a scrivere nell’umidità, con dita di bambina giocherellona, il delirante alfabeto del tempo che ritorna”

Primavera – Pablo Neruda

L’idea di primavera – che fa capolino tra i deragliamenti climatici di stagione – innesca la voglia di sapori dal timbro caldo e mediterraneo. Certo, dalla costa adriatica dove siamo noi il Sud appare distante. Ma non scherzavamo nei precedenti articoli ( Senigallia Dreamin’ Pt 1, Pt 2 e Pt 3) quando descrivevamo Senigallia come una città dalle innumerevoli risorse gastronomiche. Per tutte le tasche e gli appetiti.

Senigallia

Così, tra gli indirizzi suggeriti proprio dal neo-tristellato Mauro Uliassi troviamo una realtà aperta da un annetto, che riporta come sottotitolo all’insegna proprio lo slogan “MADiteranean Food – Sud Flavors”. Parliamo del ristorante Sepia by Niko del giovane chef Niko Pizzimenti: un ragazzotto dallo spirito gaio e travolgente, che riversa ogni grammo del suo vissuto in cucina. Profilo meticcio e contaminato quello del cuoco: origini sicule (San Vito Lo Capo), cresciuto all’Istituto alberghiero di Senigallia, ha immagazzinato esperienze all’estero in Francia e in Australia. Nello specifico, transitando per le cucine dai rimandi asiatici del Nobu e dell’ex-Sepia Restaurant, dal quale ha preso in prestito il naming del suo attuale locale. Rientrato nella terra di adozione culinaria, ha inaugurato il suo ristorante insieme alla moglie Giulia Gambelli, a ridosso della alla rocca roveresca che domina il centro della città marchigiana (e dove durante la bella stagione sono apparecchiate le piacevoli sedute all’aperto). Lo spazio si sviluppa con armonia tra un arredamento in stile industrial ed elementi vintage che ammiccano agli anni ’50/’70.

Polpo

In sala troviamo il fratello di Niko, Mattia, che seleziona etichette muovendosi anche oltre il territorio con passione e personalità. Tornando a parlare di cucina del Sud, beh il timbro esperienziale di Niko qui emerge netto e pimpante. Il suo stile rielabora ricette profondamente meridionali – ripescate da radici siciliane e non solo – attraverso gesti tecnici moderni e non invasivi. Sapori schietti e gioviali, impregnati di sentori mediterranei, tratteggiano ogni piatto. A partire dal benvenuto con immancabile pane artigiano alla farina di semola e olio siculo dalle tinte accese.

Fregola

Poi, il nostro consiglio è quello di seguire la traiettoria di assaggi maggiormente fedeli al DNA “sudista” del cuoco. Dove il vero quid contemporaneo è appurabile attraverso la calibratura di condimenti, cotture e texture. Preservando un gusto vivido, in tutta la sua ricchezza esuberante. Ne è esempio la popolarissima Frisella al pomodoro, resa simultaneamente umida e incredibilmente croccante al morso: sormontata da alici, gamberi cotti&crudi e da un colorato potpourri di diverse varietà di pomodori, che regalo dinamiche sfumature acide, aromatiche, dolci e saline in musicale crescendo. O ancora l’avvolgente Fregola d’estrazione sarda: rinvigorita da un peccaminoso brodo di pesci e crostacei al limone, che suggella un prolungamento perfetto con i succosi frutti di mare (locali) distesi tra le palline di semola in differenti e millimetriche cotture.

Cannolo siciliano

C’è spazio anche per un eccentrico Polpo con allungo piccante in una salsa alla ‘nduja homemade e con una (in questo caso pleonastica) spuma al mirto dai contrasti spicy&sour. Noi che però siamo tipi di sostanza, preferiamo la confortevolezza struggente di un Cannolo siciliano confezionato a regola d’arte. Nella “scorza” crunchy e nel setoso ripieno di ricotta giustamente poco zuccherina. Un luogo dove si sta bene, prima di ogni altra cosa, questo novello Sepia by Niko. E dove anche i romantici in cerca di sole e primavera, possono rintracciare il loro spicchio di Sud in formato culinario autentico e rigenerante.

Sepia by Niko

Piazza del Duca, 11

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 338 448 5682

www.bynikocucina.it

Il suono comfort e irriverente del mare, si assapora da Vino & Cibo

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“La performance della pasta. La famosa, o insomma quasi famosa, spaghetti performance, era un esplicito rifiuto della musica moderna. Nel senso che il rock era ormai arrivato a degli stilemi, a dei modelli talmente ripetitivi, talmente ripiegati su se stessi, talmente banali, che tanto valeva rinunciare a suonarlo. Rinunciare a fare l’ennesimo concertino rock progressive, per cucinarsi invece la pasta. L’idea era quella di dire rinunciamo al rock cervellotico. Rinunciamo a tutti questi messaggi, che conosciamo ahimè benissimo. E facciamo una cosa diversa. Una spaghettata sul palcoscenico. Se avanza tempo magari suoniamo, ma non è la musica la componente più importante di questa serata”

Documentario “Mamma dammi la benza” – Freak Antoni degli Skiantos

Non si vive di solo fine dining. Senigallia ce lo ricorda con il suo patchwork di insegne dalle svariate personalità ed estrazioni sociali. Come l’indirizzo che introduciamo: meta – tra l’altro – di cuochi del calibro di Uliassi e Cedroni durante i loro day off cittadini.

Insalata di seppie mandorle e misticanza e Burrata fichi e alici

Se penso alla Trattoria Vino & Cibo mi esplode in mente la “spaghetti performance” degli Skiantos. Uno dei primi gruppi italiani punk rock, capaci di sdoganare uno stile musicale colto e demenziale al tempo stesso. In occasione del concerto Bologna Rock al Palasport, il 2 aprile 1979, la band decise di presentarsi sul palco con impermeabili trasparenti, scolapasta e vasi da notte in testa. Decidendo di cucinare gli spaghetti sul palco, invece di suonare. Acqua, farina, uova e grida volavano contro i membri del gruppo in rocambolesco caos gioviale. Non sollevo questo parallelismo solo perché proprio il cantante Roberto “Freak” Antoni fu ospite di Vino & Cibo (scarabocchiando “Cazzo che Cozze” sulla tovaglietta del locale N.D.R.). Piuttosto perché trovo affinità tra il carattere di questo indirizzo e il messaggio reale scagliato dal buffo live degli Skiantos. Ben oltre l’apparente provocazione, l’intento era quello di creare una rottura con i tecnicismi stilistici e metodici del moderno rock italiano. Ritornando a una musica di pancia. La stessa musica culinaria, che si intona ai fornelli di questa formidabile osteria.

Gianluca “Kuga” Curzi

Datemi del vecchio, ma nelle rare pause di vita dal traffico del mondo, mi trovo sempre più a mio agio in dimensioni ristorative intime e conviviali. Quelle tavole che dialogano con l’ospite esibendo un mood scanzonato. Votato a una socialità ruvida e quotidiana. Tavoli spessi e imbanditi – accalcati tra loro – a scaldare animi, sorrisi e corpi. Sull’attenti per accogliere fondi di bottiglie, bicchieri in parata e assaggi che trasudano genuinità. Freschezza e impeti emotivi. Questa è la dimensione della Trattoria Vino & Cibo di Riccardo Rotatori (cuoco) & Gianluca “Kuga” Curzi (oste). Una Comfort Zone d’eccezione nel centro di Senigallia. Trattoria vera e verace, dall’energia incontenibile come il mare dal quale attinge i suoi frutti. E pensare che agli esordi l’idea dei due era quella di proporre una cucina di carne. Bizzarre le sorti della ristorazione, perché ora il locale è sempre murato di avventori e aficionados alla ricerca di una cucina esclusivamente marinara.

Cozze in sauté e Polpo rosticciato

Tutto quel che piomba in tavola – tra il chiasso di posate e piattini a mo’ di percussioni – racchiude un significato immenso nel diametro di valori che intaccano il cibo: la sensibilità di chi cucina e l’atto amorevole, godurioso del nutrimento nella sua forma più libera e ribelle. Tra le battute affilate dell’istrionico “Kuga”, si rincorrono piatti che infondono pura gioia. Si tratti di una bruschetta dagli umori umidi e seducenti, come il Pane e sgombro; un Polpo rosticciato dalla turgida succulenza; o l’assemblaggio semplice e vigoroso di Burrata, fichi e alici. Ancora un’ Insalata di seppie, mandorle e misticanza dal nerbo vivace, irriverente. E le sopra citate Cozze in sauté, salmastre e corroboranti fino all’ultimo mitile. Il Fusilloro con guanciale e rana pescatrice è una gricia in vacanza al mare: poderosa e intensa come la strimpellata di una chitarra elettrica. La pasta al ragù di pesce ha una bella storia che vi lascio raccontare dallo Chef. Un piatto di rara finezza, camuffato in allegria da ricetta popolar-casalinga. Appagamento struggente.

Fusilloro con guanciale e rana pescatrice

Coccole e ceffoni di iodio e salinità, conditi con invidiabile rispetto della materia prima e con un solidissimo polso ai fornelli. Perché dietro al suo aspetto schivo dall’animo goliardico, Riccardo è un cuoco che la sa lunga. Padroneggia con classe tutto quel che giornalmente l’Adriatico ha da offrire. Appuntato a mano su un “manifesto/cavalletto” che corre tra le mura della microscopica sala. Si potrebbe chiamare menu del giorno, ma io preferisco definirlo un “atto d’amore”. Perché ogni assaggio è un elogio atavico e sentito alla buona cucina vissuta in spensieratezza. Con un imprevedibile quanto puntuale tocco elegante nelle preparazioni. E quando il carosello (la performance) finisce, ritrovi te stesso più felice che mai. Immerso in uno spazio che accudisce, sollazza, rigenera. Un luogo fatto di gesti e persone dall’identità eruttante. Valori autentici di ristoro e condivisione del quale si ha sempre un impellente bisogno.

Riccardo Rotatori

Trattoria Vino e Cibo

Via Fagnani 16/18

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 071 63206

Seconda Stella a destra – Il cammino verso l’Isola dei sogni di Moreno Cedroni e Mariella Organi

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“Le stelle, per quanto meravigliose, non possono in alcun modo immischiarsi nelle faccende umane, ma devono limitarsi a guardare in eterno. È una punizione che si è abbattuta su di loro così tanto tempo fa che nessuna stella ne ricorda il motivo. E così quelle più anziane sono diventate cieche e taciturne, ma quelle più giovani si meravigliano ancora di tutto

Peter Pan – James Matthew Barrie

Riprendiamo l’immagine da cartolina di Senigallia, così come l’avevamo lasciata qui. Avvolta dal magico clima invernale, pullulante di rampanti insegne ristorative. E in ambito di magia, non possiamo non citare un baluardo di questi lidi sabbiosi come la Madonnina del Pescatore di Moreno Cedroni e Mariella Organi. Non la farò lunga, ma è innegabile quanto i protagonisti di questo ristorante trasmettano palpitazioni fiabesche a ogni visita. Gli occhioni blu adriatici, acuti e teneri simultaneamente, fanno da sincera preview all’animo di un grande cuoco dall’inesauribile verve fanciullesca come Moreno. Quasi a incarnare una trasposizione culinaria del bimbo sperduto di J.M. Barrie. Non nell’idea caricaturale del ragazzino in calzamaglia che non vuole saperne di crescere. Al contrario, il percorso intrapreso da Cedroni delinea un traguardo umano invidiabile: l’avanzamento costante e consapevole verso una maturità espressiva. Senza mai tradire lo spirito luminoso di quel bambino interiore che troppo spesso (ahimè) tendiamo a dimenticare.

Moreno Cedroni e Mariella Organi

In ogni sua scelta, intuizione o sussulto vitale, rintracciamo un mix zelante di creatività ricreativa. Capace di agguantare la concretezza in forma insolitamente leggiadra, fresca, goliardica. Con un suo accento ironico che solletica angoli remoti della memoria infantile. Uno dei primi in Italia – della sua generazione – a sdoganare con efficacia il profilo di cuoco imprenditore. Tramite mezzi altamente innovativi per tempi e contesti fine dining: conserve ittiche in scatola, susci all’italiana, panini gourmet e affettati di pesce, solo per citarne alcuni. La serie vincente di format pop, inaugurati con metro capillare nel terroir marchigiano (ne parleremo più in là). Così, statuario e lucente, riecheggia in oltre 30 anni di storia il bagliore identitario delle stelle della Madonnina. Quasi a disegnare un parallelismo metafisico con la statua protettrice di marinai e pescatori, che scruta l’Adriatico appena fuori il ristorante

La sala

Nella luminosissima sala – con pareti a vetro che proiettano gli ambienti in mare aperto – troviamo il sorriso radioso e l’eleganza professionale di Mariella (moglie dello chef) a comporre l’anima complementare del ristorante. Razionale e meticolosa, ma integrata al mondo onirico di Moreno come Wendy per Peter Pan. In questa istantanea di floride energie, la cucina narra con estro e solidità “l’Isola che non c’è” di Cedroni. O meglio, un’oasi espressiva che esiste e resiste: coniugando ricerca, sensibilità, entusiasmo spericolato e una componente ludica che traghetta la fantasia su sponde leggiadre e sognanti. Un viaggio colorato, che intreccia brillantemente visioni contaminate (tanto Oriente, ma non solo), tributi tradizionali al territorio e soprattutto personalità ineguagliabile. Nobilitando il divertimento, con rinnovata centralità del gusto.

Ostrica alla griglia “mangia e bevi”

Pensiamo al ricordo evocativo del trascorso in Vietnam, che si manifesta in un’elettrizzante Ostrica alla griglia “mangia e bevi” con cipolla, salsa verde e sinuoso allungo piccante. Esplosiva. La soffice Brioche (dalla texture di un takoyaki giapponese) che con battuto di levistico e acciuga spalleggia in ritmo esaltante un margarita ghiacciato. Street-comfort e levità a braccetto. Maestoso il Moro oceanico, salsa di mandorle al curry, misticanza e dragoncello: le falde croccanti e sode del pesce, dai rimandi lattosi, sugellano uno scambio di contrasti superlativi con gli acuti verdi e aromatici del condimento. In andatura nipponica, mirabile per idea e gesto tecnico il Ramen tiepido di spaghetti, pancetta di ricciola affumicata, friggitelli, ananas, uovo marinato e brodo all’anice stellato. Ottovolante di sfumature orientali, tradotte limpidamente in scala di sapori italiani.

Ramen

Il menu decolla in sostanza con la Testa di ricciola, carote, zenzero e basilico. Quello che in origine poteva essere uno scarto, consumato nello staff lunch, trova nuova vita esibendo opulenza primordiale dal valore assoluto. Se non “succhi” gli occhi, godi solo a metà. Ancora tracce cosmopolite, coordinate al millimetro, verso lo sprint finale: prima nella succulenta Anguilla di mare alla brace, alloro, rapa rossa e cavolo viola fermentato (trovatemi altri in Italia che sanno cuocere l’anguilla così). Poi nello strepitoso Piccione, melanzane affumicate e salsa masala. Il dry aging di 28 giorni sulla carne del volatile dona profondità e morso mirabolanti. Ma è la propulsione di profumi speziati e nuances fumées a rendere memorabile ogni boccone. Senza scordare il filetto crudo abbinato all’acciuga cantabrica, e il delizioso cuoricino caramellato con miele e soia. Chapeau!

Testa di ricciola, carote, zenzero e basilico.

Il Fico nero ghiacciato con gelato al gorgonzola e acqua di foglie di fico è un passaggio geniale per rinvigorire i sensi. In vista del Millefoglie di acero, gianduia, cardamomo e cannella, che conquista il palato riassumendo gola e finezza. L’esodo rimane in atmosfera fiabesca: dalle avventure di Peter, voliamo nel Paese delle Meraviglie di Alice. Con una scenografica piccola pasticceria che risveglia gioiosamente il lato fanciullo dell’assaggiatore. Come d’altronde non smette di viverlo e interpretarlo – con dialettica inimitabile – questo prezioso chef dal carattere forever young.

La piccola pasticceria

Madonnina del Pescatore

Lungomare Italia, 11

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 071 698267

www.morenocedroni.it

Il “caso” Uliassi & la vittoria del Fattore Umano

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“Se vuoi vincere a tutti i costi, le tue probabilità di vittoria aumentano, ma non sono sufficienti per vincere. Se invece vuoi perdere, se hai la propensione psicologica alla sconfitta, allora perdi con certezza matematica”.

Francesco Piccolo – Il desiderio di essere come tutti

Quieto microcosmo balneare, intarsiato da salsedine, asfalto e sabbia vellutata. Troppo semplice, troppo scontato narrare le vicende gastronomiche di Senigallia nel corso dei trambusti vacanzieri dell’esodo estivo. Preferiamo immortalarla rigida in inverno. Fuori dalla stagione delle resse. Lontana dalle spiagge affollate, mentre l’Adriatico sospira e borbotta intransigente sulle coste. E questa piccola grande mecca per buongustai assume un look ancor più magico e affascinante. Si, della magia qui c’è. Vi è sempre stata. Un’energia sopra le righe, che ha concesso alla cittadina marchigiana di avvalorarsi negli anni come centro urbano ad alta densità di ristoranti di pregio. Un’onda anomala di indirizzi inversamente proporzionale alla concentrazione dei locals, che ronzano in bicicletta tra banchine, bagnasciuga e ciottoli in pietra del centro storico. Proprio lungo la Banchina di Levante, un evento ha reso il 2018 un anno ancor più magico per Senigallia.

Mauro e Catia Uliassi

Il Ristorante Uliassi è il nuovo tre stelle Michelin italiano. Si certo, tutti lo sanno, tutti ne hanno parlato. Ma da assiduo frequentatore di questa tavola, provo anche io a dare un contributo a questo episodio. Che ha suscitato sincero orgoglio per la ristorazione italiana tutta. Non nego un legame affettivo ingombrante rispetto alla realtà di Uliassi e alle persone che ne scandiscono l’animo. Quindi proverò a descriverne solo gli aspetti identitari che (a mio parere) hanno reso possibile questa impresa “stellare”. Senza entrar troppo nel merito dei singoli piatti, ma sfruttando gli assaggi dell’ultimo menu Lab come appiglio riflessivo per evidenziare il profilo “umano troppo umano” di questo luminoso ristorante.

Family First – Give ‘em the roots

Ricordiamoci che Uliassi è sinonimo di autentica attività familiare. Un ristorante aggrappato al bagnasciuga che, quasi per gioco, ha preso vita 30 anni fa dal nucleo di intenti di due fratelli con profili complementari: uno chef dalla spericolata sensibilità, talento e ingegno come Mauro Uliassi. E sua sorella Catia, donna dall’immutabile charme ed eleganza, che va a riequilibrare il carattere da “scavezzacollo viveur” del cuoco, coordinando egregiamente il servizio in sala. Nessun apocalittico investitore alle spalle. Nessuna presenzialismo sui palchi opprimenti dello Star-Chef-System. Nessun gruppo di consulenza, sponsor mediatico, ufficio stampa pressante o intreccio politico a facilitarne lo sviluppo. Solo un organico fatto di passione, costanza e capacità condivise in famiglia. Che negli anni si è andata ad ampliare con l’apporto di Filippo (figlio di Mauro) e di componenti che ne sono oramai parenti acquisiti: vedi Mauro Paolini (iconico sous-chef e marito di Catia), gli storici inossidabili Luciano Serritelli, Michele Rocchi e Yuri Raggini in cucina, o Ivano in sala per citarne solo alcuni.

La solidità di persone con un vissuto intimo e collettivo. Promosso negli anni, con medesime paure, sfide, visioni e traguardi. Tutto ciò proiettato in quello che è e rimane (per fortuna) un locale marittimo a due passi dagli stabilimenti balneari. Un’atmosfera che conserva dunque un’unicità anti-istituzionale per i parametri italiani da 3 Stelle Michelin, ma che è anche capace di intaccare positivamente le corde emotive di chiunque si sieda a questi tavoli. Perché candido e cordiale trasmette una storia di crescita sentita, che si appiccica alla pelle come i granelli di sabbia quando si esce dal mare. Un percorso che dai volumi da battaglia per la sopravvivenza degli esordi, ha visto investire gradualmente su ogni dettaglio per assecondare una consapevolezza comune: migliorare per gli ospiti, senza mai rinnegare le proprie radici. Restando umani, prima di tutto.

Crostino di caccia alla marchigiana

Piatto: Crostino di caccia alla marchigiana

In realtà, il pezzo di un piatto presente in carta praticamente da sempre – la Caccia alla Marchigiana – che traccia un frammento di storia importante: la svolta verso la cacciagione. Riassunto vivido e ricco di esperienze, che si esprime condensando l’essenza selvaggia e libera di questa realtà in un boccone di frattaglie e royale di foie gras. Gola, finezza, radici e pensiero, unite in una forma sempre attuale.

“Il cliente ha sempre ragione” – Ascoltare per migliorare

Un aspetto che mi ha sempre colpito di Uliassi è la capacità di ascolto. Se esiste una profonda differenza tra le persone che sentono e quelle che ascoltano, beh Mauro e Catia rientrano senza dubbio nella seconda categoria. Nonostante negli anni il profilo del locale abbia mosso traiettoria verso contesti di ristorazione  decisamente Fine Dining, la vera forza è sempre stata quella di rimanere vicino al palato di tutti. Contemplando sì una logica di ricerca creativa, sperimentale e moderna. Ma preservando con lodevole armonia anche un significativo bagaglio di esperienze legate al lato più popolare del proprio carattere culinario. La vicinanza strettamente empatica con qualsiasi cliente, senza alcuna distinzione sociale o culturale, ha concesso alla squadra di crescere con una personalità ambivalente, ma non scissa. Maestri nell’atto più puro del ristorare, con una gamma di assaggi sia confortevoli che marcatamente estremi, in sottile e ponderato bilanciamento tra loro. Forse è per questo che Uliassi rimane tra gli indirizzi italiani con il più elevato consenso comune: si tratti di gourmet incalliti o normalissimi avventori. Forse è per questo che dopo un percorso degustazione complesso e articolato, si nutre subito il piacere e la voglia di tornare per mangiare pescando alla carta. La versatilità e la fruibilità quotidiana di un ristorante rappresentano un innegabile punto di pregio che molti dimenticano (rincorrendo fama e gloria). Non è questo il caso. E il risultato si sente. 

Pasta al lardo e bottarga di polpo

Piatto: Pasta al lardo e bottarga di polpo

 Carboidrato saporoso, dal quid elettrizzante. Nel nerbo audace e calloso della pasta di vari formati (fusillone, pacchero, mezza manica) si ritrova il morso evocativo del cefalopode. In realtà trasformato in due consistenze: un lardo vellutato al gusto di puro iodio; una polvere di polpo essiccato e fritto come concentrato di sapidità e acuto salmastro. Bocconi che parlano alla pancia di suadenti scorpacciate domestiche. Ma tramite il guizzo aromatico e amaricante del rosmarino e alla complessità del condimento, conducono l’assaggio al futuro. Colto e popolare, in gioiosa regata contemporanea.

Selva Marina & Caccia Salmastra – Il lato carnivoro e selvatico del mare

Non tutti sanno che fu l’inaspettata richiesta di una tavolata di critici (autorevoli) a instradare Uliassi verso l’interpretazione della selvaggina. Da quel momento – intorno al 2003 – il cuoco ha iniziato a setacciare un substrato che in realtà era già a portata di sensi. Perché il territorio marchigiano narra naturalmente una simbiosi tra due ecosistemi: il lato selvatico e misterioso dei fondali Adriatici, accostato agli effluvi salmastri che si insinuano fino a boschi e radure dell’entroterra. Così negli anni Uliassi si è affermato come uno dei primi in Italia – nonché tra i più coerenti – artefici di una cucina che fonde mare e caccia senza alcuna distinzione stilistica. Sintetizzando in questa linea due animi fondanti della sua cucina: quello selvaggio, istintivo e disinibito; con la controparte austera, rigorosa e riflessiva che verte al perfezionismo. Un virtuoso equilibrio tra selva marina e caccia iodata, che si snoda tra similitudini, analogie e commistioni senza confini. Sarà proprio Mauro a farvi notare come il modo di trattare e cuocere gli ingredienti di cacciagione, trovi sorprendente assonanza con le tecniche adottate per alcuni prodotti ittici. Un approccio unico e dinamico, che ha dato modo al team di sviscerare sempre più una lettura personale della materia: intrecciando abilmente i ruoli di mare e selvaggina, fino a generare percezioni carnivore derivate dal pescato (e viceversa). Consistenze, timbri di gusto e proiezioni di sapore che estraggono umori selvatici dai tagli meno nobili del pesce, concedendo impressionanti trompe-l’œil esecutivi. Per una metrica che muove agile oltre limiti di espressione canonici, stimolando sempre nuove frontiere di assaggio.

Tartare di colombaccio, fondo di agnello e olio all’eucalipto

Piatto: Tartare di colombaccio, fondo di agnello e olio all’eucalipto

 Un graffiante crudo di caccia, che leviga il suo lato ematico rimandando al palato la struttura di un tonno rosso. Le sfumature selvatiche si mescolano in divenire con il tono evoluto, di stalla e fieno, conferito dal fondo ristretto di agnello. Amalgamandosi in uno scambio di puro umami salmastro, con estrazioni carnivore. L’eucalipto funge da chiave di volta, elevando e prolungando le percezioni sensoriali con la sua punta balsamica, erbacea e pungente. Mare, Selva e Cacciagione, in progressione continua.

Autocritica = Evoluzione – Il concetto di Lab & l’arte dell’accoglienza

Ho conosciuto pochi cuochi con il “pallino” di girare per ristoranti (con la propria brigata) come Uliassi. Sembra un’ovvietà, ma è un aspetto fondamentale per innescare un cambiamento evolutivo della propria cucina. Da sempre, ogni anno – come si sta verificando anche in questo periodo – il ristorante chiude tre mesi durante la pausa stagionale. Periodo che non funge da vacanza, ma da opportunità per Mauro e la sua posse di girovagare per Italia e per il mondo. Senza preconcetti, con la predisposizione diretta ad assaggiare, scoprire, testare e carpire i moti culinari che si sviluppano all’esterno da Senigallia. Un processo di aggiornamento creativo e mentale, che si somma alla sensibilità, alla cultura e all’estro del cuoco. Capace di riportare ai fornelli le nozioni acquisite come un giovane, curioso e spregiudicato Huckleberry Finn (personaggio caro allo Chef). Comprendere e tararsi – con umiltà – su un concetto ampio e globale di ristorazione: un fattore cruciale per mettersi in discussione in veste produttiva. Intercettando sempre nuove suggestioni attuali. Qui si incastra puntuale l’idea del Lab – menu degustazione sperimentale che varia annualmente  – in cui gli stimoli agguantati durante i mesi di chiusura vengono raccolti e riversati come linfa creativa per la genesi di nuovi piatti. Itinere attitudinale che non da sbocchi a un’offerta sterile, bensì insegue un’evoluzione costante. E viene proposta liberamente a un pubblico con vari livelli di palato, in ottica democratica. Campionando i diversi riscontri e andando ad aggiustare il tiro incessantemente, con estrema autocritica e verve competitiva. Non smettendo mai di alzare l’asticella e attuare un confronto interno/esterno al ristorante. Dal canto suo la sala non rimane a guardare, ma mette in atto un’integrazione totale con le evoluzioni della cucina: assaggiando, comprendendo, maturando la filosofia delle nuove creazioni, in modo da trasmettere un messaggio inalterato e coerente ai clienti. Indirizzando le scelte degli ospiti con garbo ed eleganza. In modo da far trionfare sempre l’ospitalità e l’accoglienza come valore aggiunto al termine dell’esperienza.

Minestra fredda di seppie, mazzancolle e fasolari al profumo di tamerici

Piatto: Minestra fredda di seppie, mazzancolle e fasolari al profumo di tamerici

 In principio era l’insalata di seppie sporche. Evolute, ripristinate e rivitalizzate in questo piccolo grande capolavoro total black. La zuppetta al nero – ottenuta da ogni taglio edibile della seppia – esprime con finezza una salinità dall’impatto impetuoso e profondo come gli abissi. Ad armonizzare la gamma di contrasti – per un assaggio che evolve e muta a ogni boccone – si colloca la grassezza vegetale dell’avocado, lattuga romana croccante, fasolari dal guizzo fenico e il dolce/iodato delle mazzancolle. L’olio di tamerici acuisce la sapidità, unificando il carosello di consistenze e sapori che si alternano senza sosta. Un piatto che esibisce evoluzione nel gesto, nella costruzione e nel riscontro al palato.

Uliassi

Via Banchina Di Levante, 6

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 071 65463

www.uliassi.it

Mauro e Catia Uliassi