Testo di Alessandra Piubello

Foto di Consorzio Vino Chianti Classico

Era il 1716 (primo esempio di Doc ante litteram), quando il Granduca di Toscana Cosimo III fissò in un bando i confini della zona di produzione del Chianti, corrispondente oggi al Chianti Classico. Nasce così il primo territorio del vino, tutelato e protetto. L’area delimitata, compresa tra le città di Firenze e Siena, risulta infatti già a quel tempo particolarmente vocata, godendo di ampi riconoscimenti. Ora siamo in attesa delle Menzioni Geografiche Aggiuntive, da tempo in discussione: alla fine del 2019 il gruppo di lavoro istituito dovrà presentare un progetto definito.

Chianti

Per lo più coperto da boschi, dove prevalgono querce, castagni e pini, punteggiato da cipressi, il Chianti Classico è un altipiano con altitudini che oscillano tra i 200 e gli 800 metri, dove l’altitudine massima per la coltivazione di uva da vino Chianti Classico arriva a 700 metri. E ora parliamo di terreni, così importanti per capire il genius loci del vino, in questo caso del Chianti Classico. Il suolo è in genere poco profondo, recente, con struttura che va dall’argilloso-sabbioso al ciottoloso con medie percentuali di argilla. Le tipologie dei terreni cambiano notevolmente a seconda delle zone. Non è possibile ricondurre a una suddivisione strettamente comunale i vari tipi di suolo che caratterizzano il Chianti Classico. Tuttavia, si può asserire che il terreno di matrice galestrica è diffuso nell’area di San Casciano in Val di Pesa, il suolo argillo-calcareo caratterizza il territorio di Greve in Chianti e tutte le zone di minore altitudine, il macigno costituito principalmente da rocce di arenaria accompagna la dorsale dei Monti del Chianti, l’alberese è presente in misura predominante nella parte centro-meridionale del territorio e il tufo contraddistingue gran parte del territorio di Castelnuovo Berardenga. Un dato comune a quasi tutta la zona di produzione del Chianti Classico è la ricca presenza di scheletro. Il Sangiovese è la vera anima del Chianti Classico, varietà molto sensibile al terreno. Difficile individuare un altro vitigno che sappia così bene interpretare le caratteristiche di un suolo e modificare i propri profumi a seconda del terreno in cui nasce. Così, semplificando, (le sfaccettature sono infinite), un bouquet floreale rimanda alle arenarie, l’aroma di frutti di bosco al calcare e il profumo di tabacco fresco al tufo, ma sempre, quale che sia la zona di origine, si potrebbe ritrovare quel sentore di viola mammola che lo stesso disciplinare di produzione individua come elemento caratterizzante e specifico del Chianti Classico.

La Chianti Classico Collection 2019, edizione numero XXVI, ha visto la presenza di quasi 200 aziende alla Stazione Leopolda di Firenze per il consueto appuntamento con la stampa e per la prima volta aperto anche al pubblico. Le annate erano la 2017, poi la Riserva e la Gran Selezione 2016. Ebbene, la 2017, nonostante la stagione difficile e siccitosa (il 30% della produzione è andato perso), è stata superiore alle aspettative. Alcuni produttori han saputo interpretare il millesimo e non mancano vini che evidenziano profili aromatici intensi e di fragrante florealità, dai tannini morbidi e dalla piacevolezza di sorso. La 2016 si conferma un’annata da ricordare: profumi varietali profondi, vini decisi, trama tannica presente ma equilibrata, con un’acidità fresca a ritmare il sorso. Vini longevi, dal lungo passo. Quest’anno, sotto la nuova presidenza di Giovanni Manetti, vi va segnalata la creazione di una comunità di ristoranti ai quali verrà riconosciuto il merito di lavorare in modo particolarmente entusiasta e professionale con i vini del Gallo Nero. Si è partiti dai ristoranti tra le città di Firenze e Siena, presto si arriverà a Milano. Ma il club è aperto a tutti i gestori che vogliono diventare amici del Chianti Classico.