ATesto di Gualtiero Spotti

Foto di Stefano Borghesi

Sulla sponda bresciana del lago di Garda, regno incontrastato dei Camanini e dei Baiocco, si sta facendo vedere anche qualche giovane di belle speranze che inizia a farsi strada con idee innovative e raccogliendo la curiosità di una clientela meno tradizionalista. Pensiamo alla coppia di cuochi formata da Marco Cozza e Andrea De Carli, classe 1991 e con passaggi professionali all’Albereta di Gualtiero Marchesi (qualche mese fa in carta alle Rose c’era anche un raviolo aperto omaggio al maestro), da Matteo Baronetto a Torino e allo Chalet Mattias di Livigno, dal compianto Mattias Peri. Tutto questo prima di arrivare, quattro anni fa sulle placide sponde della riva gardesana, occupandosi della cucina di un locale antico e dalla storia gastronomica radicata sul territorio e, sino ad allora, sensibilmente tradizionalista nei contenuti.

Oggi invece, partendo da una base classica, i piatti raccontano un’altra storia, ma si inizia proprio dall’appeal del locale, un po’ modernista e fuori dagli schemi dell’antica trattoria, per poi proseguire in un percorso gustativo avvincente quanto variegato, per estrazioni, fondi, fermentazioni, preparazioni in osmosi, rispetto della materia prima locale (la Bagna cauda retaggio del passaggio baronettiano piemontese, ma non con le acciughe, bensì con le sarde di lago) e una spiccata passione per tutto ciò che riguarda le erbe, vero filo conduttore dell’intera esperienza a tavola. Il “nuovo Herbario”, che caratterizza il menu e che raccoglie suggestioni dal basso verso l’alto mettendo in fila raperonzolo, finocchio selvatico, acetosella, pastinaca, ruta, tarassaco, centocchio e daikon, tra gli altri. Primi piatti molto italiani con paste e risi concreti quanto insoliti, così i sapidi Ravioli di bagoss, il mitico formaggio bresciano, incontrano un pesto di erbe selvatiche, mentre i Fusilloni di coda di bue vengono sfumati dall’amaro del rabarbaro. Molto divertenti anche le interpretazioni transregionali che gettano un ponte tra la pianura e il lago bresciani e la Sardegna, nel Cavedano con rigaglie, papavero e fregola, o nelle Lumache con pane zichi e bagnetto rosso, anche se stuzzica l’idea di provare il Pollo con latte e miele, arricchito da mais e tortillas (neanche fossimo in Centroamerica) e katsuobushi.

Fusilloni di coda di bue e rabarbaro

Per i clienti più avventurosi, nostalgici o poetici esiste anche un originale menu dannunziano ispirato liberamente dagli scritti del Vate che poco distante aveva la sua residenza. Così si possono degustare un Risotto magistrale, una Frittata (con qualcosa, Presutto o altro), l’Ossobubuco, gli Asparagi di monte con olio e un Niente Altro. Ma per le spiegazioni del caso è meglio affidarsi ai due cuochi di casa. Anche per i dolci si prosegue nel mood vegetale e così si può puntare sulla Meringata all’olio Casaliva, con agrumi e tarassaco sotto sale, o sulla Tegola di fondente al 72% con erba secca e gelato all’estratto di camomilla. Bella carta dei vini con sorprese soprattutto per chi guarda con attenzione dalle parti delle etichette biodinamiche. Quella delle Rose è una cucina intraprendente e in netta crescita.

Antica Trattoria alle Rose

Via Gasparo da Salò, 33

25087 Salò (BS)

Tel.: +39 0365 43220

www.trattoriaallerose.it

Testo e foto di Tania Mauri

A gennaio 2019 il comando di EDIT Restaurant è stato assunto dallo chef emiliano Matteo Monti. Classe 1979, allievo di maestri quali Chiappini, Lopriore e Scabin, chef del Rebelot di Milano (ve lo abbiamo raccontato su Cook_inc. 16  n.d.r) dove prova, per la prima volta, l’esperienza del bancone entrando in contatto diretto con il cliente, Matteo è un cuoco di sostanza che conosce le cucine regionali italiane così come la cucina d’avanguardia internazionale.

A Torino porta in dote uno stile di cucina “classico” che maneggia con il proprio istinto e la propria arguzia, un artigiano affezionato ai sapori rotondi della nostra tradizione ma capace di tocchi spiazzanti ispirati dal mondo globale. Lo spazio dell’EDIT Restaurant, al primo piano, unisce tre realtà che interagiscono in perfetta sincronia tra di loro e gli permettono di esprimersi al meglio in ciascuna di esse: la zona centrale dominata dal lungo banco dove possono prendere posto fino a 16 ospiti attorno alla cucina, la sala da 50 coperti e la saletta riservata da 10. Nel capoluogo sabaudo ritrova il banco, tra i più grandi d’Italia, e una struttura in cui la condivisione in tutti i suoi aspetti è all’ordine del giorno. La degustazione infatti coinvolge non solo lo chef e la sua brigata, ma anche il sommelier e i barman dell’EDIT Cocktail Bar che hanno studiato i drink in sintonia con le diverse proposte della cucina.

Matteo Monti
Foto cortesia di Matteo Monti

I suoi menu, uno per lo chef’s table e l’altro alla carta, sono sempre in divenire, come se fossero in uno spazio tempo continuo e indivisibile. La sua fonte di ispirazione è la musica e i suoi piatti sono come i diversi brani di un album musicale: non hanno una logica tra loro, ma hanno un senso. Come un concerto jazz parte dalle basi per costruire i suoi piatti dove nulla è lasciato al caso: in un alternarsi di tradizione e innovazione, follia e razionalità, audacia e timidezza, materia prima e tecnica esegue e dirige una sinfonia di sapori in armonia ed equilibrio tra loro.

Dalla Salvia e Carpione alla Seppia, Squacquerone e Mezcal, dall’Anolino al tovagliolo e brodo di Terza all’Animella al burro, ogni portata racconta qualcosa dello chef, della sua esperienza e del suo vissuto. Ne è un esempio eclatante il suo pre-dessert, un “semplicissimo” Spaghettone Monograno Felicetti affumicato che rimanda sia alla spaghettata di mezzanotte con gli amici, quella che si fa in montagna dove permane l’odore del camino acceso, ma anche al condimento più usato da sua nonna – burro e Parmigiano – che mantecava il risotto sulla stufa a legna e acquistava così quel retrogusto affumicato che oggi ripropone nella cucina di EDIT.

Spaghettone, burro affumicato, salvia e Parmigiano

per 4 persone

Per il burro affumicato

80 g di burro dolce (82% di materia grassa)

Prendere 80 gr di burro dolce, dividerlo a cubetti, disporlo su una teglia e riporlo in forno. Bruciare in una padella dei trucioli di legno, adagiarvi sopra uno straccio bagnato e, una volta addormentate le fiamme, inserire nel forno. Ripetere l’operazione, cambiando i trucioli, per 3 volte. Una volta terminata l’affumicatura, filtrare il burro ormai sciolto con l’aiuto di uno straccio. Raffreddare in frigorifero il composto.

Per lo spaghettone affumicato

320 g Spaghettoni Monograno Felicetti Matt

salvia a piacere

80 g di Parmigiano Reggiano 36 mesi

Cuocere gli spaghettoni in abbondante acqua salata per 5 minuti. Scolarli e versarli in una padella dove precedentemente erano stati messi 40 g di burro affumicato e poca acqua calda. Aggiungere la salvia sminuzzata e continuare a incorporare acqua calda fino al raggiungimento della cottura degli spaghetti. Mantecare con il restante burro e il parmigiano precedentemente grattugiato fino a quando non si sarà formata una bella cremina.

Per completare il piatto

Arrotolare su un forchettone e impiattare.

Il banco
Foto cortesia di Matteo Monti

EDIT Restaurant

Piazza Teresa Noce 15/A,  
10155 Torino (TO)

Tel: +39  011 1932 9700
www.edit-to.com 

Testo di Alessandra Piubello

Foto di Campania Stories e Alessandra Piubello

Quest’anno Miriade&Partners, l’agenzia di comunicazione di Massimo Iannacone e Diana Cataldo che si occupa dell’organizzazione di Campania Stories, ormai alla sua settima edizione, ci ha portato sulla Costiera Amalfitana, patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco per bellezza, suggestione e unicità. Dopo una bella e fredda escursione in motonave fino a Ravello, per la presentazione dell’edizione 2019 nell’auditorium di Villa Rufolo, abbiamo degustato a Cetara, borgo marinaro che conserva praticamente intatto il suo fascino, refrattario al turismo di massa. È famoso per la colatura d’alici, condimento ottenuto dalla fermentazione di alici fatte marinare in appositi contenitori e che può essere immaginato come una evoluzione del Garum, la salsa di pesce che faceva impazzire gli antichi romani.

Il mare cristallino che lambisce Cetara ce lo siamo goduto dalle finestre dell’hotel Cetus, dove abbiamo assaggiato in una due giorni i vini campani trasferendoci nel pomeriggio a visitare alcune aziende, per addentrarci ancor meglio nel mondo vinicolo campano. Campania Stories è un racconto che tratteggia un profilo del complesso universo enologico campano. Quasi una novantina le aziende locali (circa duecentoquaranta i vini assaggiati) che ci hanno accompagnato in un riuscito viaggio alla scoperta della Campania Felix. Un quadro difficile da delineare, considerando che è assai complicato tracciare un profilo univoco (e meno male) di un territorio che dal nord, Roccamonfina, al sud, al confine con la Basilicata, si estende per trecento chilometri. Un vero mosaico di territori e di vitigni, conservati in questa culla della biodiversità che è la regione Campania.

Cominciamo la nostra degustazione partendo dai vini bianchi (circa 125), che ogni anno ci confermano la sensazione di trovarci di fronte a dei grandi vini, che sanno invecchiare molto bene. Dagli assaggi è emerso uno scenario positivo che conferma la crescita qualitativa delle aziende campane. In degustazione le annate 2018, 2017, 2016 e 2015. Non è dunque un’anteprima, bensì un excursus attraverso varie annate, per stimolare la lettura in prospettiva e il confronto. La Campania può vantare non solo origini antichissime nel campo della viticoltura, ma anche la presenza di alcuni tra i vitigni più importanti del nostro patrimonio ampelografico, per restare nei vitigni a bacca bianca, il fiano, il greco, la falanghina per non parlare dei minori autoctoni, come pallagrello bianco, catalanesca, coda di volpe, caprettone, ginestra, fenile, ripoli, pepella, biancolella, asprinio, forastera. Su una superficie vitata di circa 25mila ettari, i bianchi rappresentano una percentuale del 46%. Nonostante non arrivino neppure alla metà, le uve a bacca bianca sono la vera eccellenza del territorio campano, come ci hanno ampiamente dimostrato gli assaggi. Fiano, greco e falanghina sono stati i vini che più ci hanno convinto.

Per quello che riguarda la degustazione dei rossi (circa 115) le annate per i vini a base piedirosso spaziavano dal 2018 al 2011, per i casavecchia dal 2017 al 2014, per il pallagrello dal 2017 al 2015, mentre per gli aglianico si partiva dal 2018 fino al 2009 (passando anche dalle riserve) terminando con un 2006. E se i piedirosso manifestano una cifra stilistica fragrante, succosa, trasversale e gastronomica non altrettanto può dirsi per l’aglianico. L’utilizzo del legno non è più caricaturale come nel passato, ma può essere gestito meglio, consentendo così al vino di liberarsi da una gabbia che ancora lo comprime. Nel bicchiere abbiamo trovato spesso degli aglianico cupi, asciutti, opachi. A parte nomi che sono delle certezze, sembra che l’aglianico fatichi a svelare una sua identità, a rivelarsi appieno, resta indefinita, spaesata, confusa. Eppure il terroir è assolutamente vocato. Sembra che manchino ancora, nonostante le punte d’eccellenza, una visione e un’interpretazione del vino precise e focalizzate, ben riconoscibili. Ma noi siamo sicuri che emergeranno presto.

Per maggiori informazioni www.campaniastories.com

La cucina MADiterranea di Niko Pizzimenti. Da San Vito a Senigallia, passando per l’Australia

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“Ah, primavera! Puntellandoti sui prismi del sole, come ti vedo sorgere di tra le cose. Ti parlerò col mio linguaggio che nasconde segni, della mia gioia profonda, dopo la chiusa tristezza. Oh, gioia del mio cuore! Padiglioni di seta gialla, chioschi pesanti costruiti di profumo, nella terra, del Sud, dove canto. Emergono a ogni angolo di strada, come un oblio di candelabri. Ho pure udito nelle strade, sopra i fili del telegrafo, cantare gli uccelli! O anche i tetti dell’inverno, canali di pioggia, che hanno incominciato a ingiallire i loro muschi scontenti.È che dietro le cose ci sei tu. Primavera, che incominci a scrivere nell’umidità, con dita di bambina giocherellona, il delirante alfabeto del tempo che ritorna”

Primavera – Pablo Neruda

L’idea di primavera – che fa capolino tra i deragliamenti climatici di stagione – innesca la voglia di sapori dal timbro caldo e mediterraneo. Certo, dalla costa adriatica dove siamo noi il Sud appare distante. Ma non scherzavamo nei precedenti articoli ( Senigallia Dreamin’ Pt 1, Pt 2 e Pt 3) quando descrivevamo Senigallia come una città dalle innumerevoli risorse gastronomiche. Per tutte le tasche e gli appetiti.

Senigallia

Così, tra gli indirizzi suggeriti proprio dal neo-tristellato Mauro Uliassi troviamo una realtà aperta da un annetto, che riporta come sottotitolo all’insegna proprio lo slogan “MADiteranean Food – Sud Flavors”. Parliamo del ristorante Sepia by Niko del giovane chef Niko Pizzimenti: un ragazzotto dallo spirito gaio e travolgente, che riversa ogni grammo del suo vissuto in cucina. Profilo meticcio e contaminato quello del cuoco: origini sicule (San Vito Lo Capo), cresciuto all’Istituto alberghiero di Senigallia, ha immagazzinato esperienze all’estero in Francia e in Australia. Nello specifico, transitando per le cucine dai rimandi asiatici del Nobu e dell’ex-Sepia Restaurant, dal quale ha preso in prestito il naming del suo attuale locale. Rientrato nella terra di adozione culinaria, ha inaugurato il suo ristorante insieme alla moglie Giulia Gambelli, a ridosso della alla rocca roveresca che domina il centro della città marchigiana (e dove durante la bella stagione sono apparecchiate le piacevoli sedute all’aperto). Lo spazio si sviluppa con armonia tra un arredamento in stile industrial ed elementi vintage che ammiccano agli anni ’50/’70.

Polpo

In sala troviamo il fratello di Niko, Mattia, che seleziona etichette muovendosi anche oltre il territorio con passione e personalità. Tornando a parlare di cucina del Sud, beh il timbro esperienziale di Niko qui emerge netto e pimpante. Il suo stile rielabora ricette profondamente meridionali – ripescate da radici siciliane e non solo – attraverso gesti tecnici moderni e non invasivi. Sapori schietti e gioviali, impregnati di sentori mediterranei, tratteggiano ogni piatto. A partire dal benvenuto con immancabile pane artigiano alla farina di semola e olio siculo dalle tinte accese.

Fregola

Poi, il nostro consiglio è quello di seguire la traiettoria di assaggi maggiormente fedeli al DNA “sudista” del cuoco. Dove il vero quid contemporaneo è appurabile attraverso la calibratura di condimenti, cotture e texture. Preservando un gusto vivido, in tutta la sua ricchezza esuberante. Ne è esempio la popolarissima Frisella al pomodoro, resa simultaneamente umida e incredibilmente croccante al morso: sormontata da alici, gamberi cotti&crudi e da un colorato potpourri di diverse varietà di pomodori, che regalo dinamiche sfumature acide, aromatiche, dolci e saline in musicale crescendo. O ancora l’avvolgente Fregola d’estrazione sarda: rinvigorita da un peccaminoso brodo di pesci e crostacei al limone, che suggella un prolungamento perfetto con i succosi frutti di mare (locali) distesi tra le palline di semola in differenti e millimetriche cotture.

Cannolo siciliano

C’è spazio anche per un eccentrico Polpo con allungo piccante in una salsa alla ‘nduja homemade e con una (in questo caso pleonastica) spuma al mirto dai contrasti spicy&sour. Noi che però siamo tipi di sostanza, preferiamo la confortevolezza struggente di un Cannolo siciliano confezionato a regola d’arte. Nella “scorza” crunchy e nel setoso ripieno di ricotta giustamente poco zuccherina. Un luogo dove si sta bene, prima di ogni altra cosa, questo novello Sepia by Niko. E dove anche i romantici in cerca di sole e primavera, possono rintracciare il loro spicchio di Sud in formato culinario autentico e rigenerante.

Sepia by Niko

Piazza del Duca, 11

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 338 448 5682

www.bynikocucina.it

Testo di Alessandra Piubello

Foto di Consorzio Tutela Vini Montefalco

Quest’anno all’Anteprima del Sagrantino di Montefalco annata 2015 si celebravano i 40 anni dal riconoscimento della Doc istituita nel 1979 (la Docg arriva nel 1992). La zona di produzione del Sagrantino comprende l’intero territorio del Comune di Montefalco e parte del territorio dei comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritardi e Giano dell’Umbria. La denominazione si estende su una serie di colline da quattrocento a cinquecento metri sul livello del mare, leggermente digradanti lungo la ricca pianura spoletina. Il suolo è argilloso, calcareo, talvolta anche siliceo, a sottosuolo ora profondo, ora frammisto a ghiaia. Le viti di Sagrantino amano crescere in terreni collinari dal microclima temperato con ventosità non eccessiva: qui, la composizione mista del suolo di argille e di calcari ne ha favorito l’attecchimento e l’equilibrato sviluppo.

I colori del Sagrantino

La coltivazione delle viti di Sagrantino nelle abbazie e nei conventi, testimoniata nel 1500, accredita l’ipotesi che all’origine del nome Sagrantino ci sia stato il legame forte con gli ambienti religiosi dove forse tale vitigno trovava attenzione e cura nell’essere addomesticato e cresciuto. L’uso iniziale infatti fu probabilmente soltanto sacramentale. Questa prima destinazione aiuterebbe a comprendere come sia nato il nome Sagrantino (dalla radice latina sacer): vino sacro perché vino della festa religiosa, della consacrazione del vino della festa religiosa, della consacrazione del vino in sangue di Cristo; sicuramente, poi, vino dei momenti da ricordare nello scorrere della vita domestica. Il Sagrantino è un’uva antica, con una certa aurea di mistero legata alla sua origine, dove le ipotesi risultano essere suggestive, ma tutt’altro che comprovate. La maggior parte degli agricoltori propende nel ritenere che non sia una varietà locale bensì importata, forse da uno dei numerosi seguaci di San Francesco di Assisi, i quali qui, da ogni parte d’Italia affluivano per condurre una vita di espiazione e penitenza. Altri invece, lo considerano proveniente dalla Spagna, se non addirittura introdotto in Italia dai Saraceni, altri ancora ritengono che sia di origine locale.

Vigneti rosseggianti

Il Montefalco Sagrantino, ricordiamolo, è ottenuto da un vitigno decisamente tipico e originale, dal patrimonio tannico molto importante e si presta alla produzione di vini dalle strutture imponenti e dai profumi intensi e incisivi. La direzione generale dei produttori va verso l’arrotondamento della massa tannica che caratterizza questo vitigno, evitando eccessi di struttura e potenza, limitando l’uso del legno troppo invadente. Sicuramente la denominazione sta evolvendo, sta progressivamente trovando una sua dimensione, lontana da quell’idea di Sagrantino dai tannini esasperati ed aggressivi, appartenente ad un modo di fare superato. In un Sagrantino giovane convivono molta potenza e tannicità, ma l’esperienza degli enologi e la crescita dei vigneti, arrivati al massimo a 40 anni, hanno portato ad un approccio più consapevole.

La 2015 si portava in dote un’alcolicità importante, dovuta ad un’estate asciutta, calda e soleggiata, con uve con concentrazioni zuccherine significative e profili polifenolici ricchi e possenti. Probabilmente annate calde come questa aiuteranno il Sagrantino a trovare un’espressività più piena nel tempo e una certa longevità. I migliori abbinamenti con il Sagrantino si hanno con grandi arrosti, con carni di cinghiale, beccacce e lepre e con i formaggi piccanti e stagionati.

Il 28% delle cantine aderenti al consorzio presieduto da Filippo Antonelli, praticano un’agricoltura biologica ma sono molti i progetti ecosostenibili in questa denominazione: dall’installazione di impianti fotovoltaici e per la riduzione del gas serra all’allevamento di avicoli in vigna, da Grape Assistance per una gestione sostenibile del vigneto al protocollo d’intesa tra il Consorzio ed Enel per la realizzazione di una rete di ricarica per veicoli elettrici in alcune delle cantine consorziate. Progetto, quest’ultimo, che guarda anche all’innegabile vocazione enoturistica di questo territorio, di rara bellezza.

Per maggiori informazioni: www.consorziomontefalco.it

Testo di Redazione Cook_inc. tratto da Cook_inc. 23

Foto di Jimmy Cohrssen

Dopo dieci anni di totale dedizione al Noma, assetto alla destra di René Redzepi, Thomas Frebel – il germanico spilungone – ha realizzato il sogno di attraversare il mare, salpare e solvolare oceani e mezzo mondo per puro amore (del Giappone) e aprire il ristorante Inua a Tokyo. Scrive Andrea Petrini su Cook_inc. 23 – Inua Natto Matto: “Da luglio scorso, è ai piani superiori d’un alto immobile in un quartiere tra il residenziale e il decentrato che lo trovate. E con lui tutta la banda cosmopolita di giapponesi, danesi, italiani, finlandesi e latino-americani. Benvenuti nella Tokyo del prossimo millennio.”

Il giornalista Robbie Swinnerton ha scritto: “Non si era mai visto qui a Tokyo un ristorante come Inua. Per l’enfasi sui prodotti, per l’incrocio dei linguaggi. È l’innesto dello spirito nordico sul corpo stesso della tradizione giapponese”. Inua, guarda caso, suona come uno slogan. Carpito alla mitologia Inuit, aspira all’universale. Dicesi inua lo spirito che vive in tutti gli organismi viventi. Allora piatti come paesaggi, haikus persistenti. Come l’Abalone cotto al forno, asparago bianco e semi di loto di cui vi riportiamo la ricetta.

per 10 persone

Per la pasta

250 g d’acqua

500 g di farina

Lavorare insieme acqua e farina fino a ottenere un impasto liscio. Tenere da parte in frigorifero fino al momento di usarlo.

Per l’abalone rossastro

500 g di abalone rossastro vivo

125 g di olio di legno d’abete

125 g di olio di sedimenti di mirin 

75 g di dashi di pino

Togliere l’abalone dal guscio, eliminare fegato e radula. Risciacquare con cura e pesare. Mettere nella macchina per il sottovuoto per 99 secondi per 3 volte consecutive. Disporre quindi in una casseruola di coccio con i due tipi di olio e il dashi di pino. Sigillare il coperchio della casseruola mettendo attorno al bordo la pasta preparata in precedenza, e cuocere in forno preriscaldato a 300°C per 8 minuti. Ridurre poi la temperatura a 220°C, per altri 20 minuti. Estrarre dal forno e lasciare nel recipiente ancora chiuso, senza rompere la pasta, il più a lungo possibile. Al momento di impiattare, eliminare una fettina di 2 cm dal lato della bocca dell’abalone. Scartare le cartilagini più dure e tagliarne 3-4 pezzi, a seconda delle dimensioni. Affettare nel senso della lunghezza con uno spessore di 1 mm, tenendo da parte 3 fettine per porzione.

Per l’asparago bianco fermentato

10 asparagi bianchi

4% di salamoia

6% di zenzero giovane tagliato sottilmente

4% di buccia di yuzu congelata

6 gocce di acido lattico (per ogni 2 kg di peso base)

Pelare gli asparagi bianchi e disporli interi in sacchetti per il sottovuoto con tutti gli altri ingredienti, secondo le proporzioni indicate. Disporre i sacchetti in camera di fermentazione a 30°C per 3 giorni, quindi tenere da parte in frigorifero fino al servizio. Una volta pronto, prendere 8 cm di punta di ogni asparago fermentato e affettare sottilmente.

Per i semi di loto

baccelli di loto freschi q.b.

200 g di semi amidacei pelati e tagliati a metà

25 g di olio di sedimenti mirin

25 g di olio di legno d’abete

Estrarre dai baccelli di loto i semi interi e separare i più piccoli, più giovani, dai più grandi, maggiormente amidacei. Per preparare i semi più giovani, dividerli a metà nel senso della lunghezza e privarli della pelle. Mettere in sacchetto con i due tipi d’olio e cuocere a vapore a 80°C per 5 minuti. Tenere da parte a temperatura ambiente.

Per il brodo di abalone e tè affumicato

liquido di cottura dell’abalone (senza olio) q.b.

tè affumicato q.b.

Ridurre il liquido di cottura di un terzo circa e aromatizzare con il tè affumicato.

Per l’aceto di pino

200 g di germogli di pino congelati

200 g di aceto di riso bianco

Mettere nel Vitamix i germogli di pino e l’aceto di riso bianco e lavorare per 60 secondi. Passare al setaccio. Centrifugare i sedimenti e aggiungere all’aceto di riso filtrato. Tenere da parte in congelatore fino al momento di usare. Collocare in una bottiglia spray per il servizio.

Per completare il piatto

In una ciotola disporre 4 fettine di abalone, 5 fettine di asparago bianco fermentato e 10 g di semi di loto. Aggiungere 30 g di abalone e il brodo di abalone e tè affumicato. Aromatizzare con 2 spruzzi di aceto di pino.

INUA

2-13-12 Fujimi, Chiyoda-ku

Tokyo 102-8552 – Giappone

Tel: +81 3 6683 7570

www.inua.jp

Testo di Gualtiero Spotti

Foto cortesia del Ristorante Radici

In una città come Padova, caratterizzata gastronomicamente parlando dalla “pesante” presenza della famiglia Alajmo, è bello trovare qualche giovane di valore che sa farsi notare ai fornelli e che, in qualche modo, da il segno di una nuova vitalità in una provincia non sempre presente con regolarità sulla mappa geografica del mangiare bene.

La sala

Andrea Valentinetti, con il suo Radici, è una ventata di notevole freschezza, pur nell’austera sala di una villa che, prima di trasformarsi in un ristorante, ospitava una pellicceria, e che ancora oggi ha al suo interno nei sotterranei un caveau (trasformato nell’area toilette per gli ospiti), dove un tempo riposavano ermellini e visoni. Il nome scelto per il ristorante dice molto sia della filosofia a tavola che del percorso intrapreso dal cuoco nel corso degli anni. Con gli omaggi, dovuti, a coloro che hanno avuto un posto di rilievo, strada facendo. Come nel caso di Gino Pesce all’Isola di Ponza, ricordato nel piatto Cavolfiori, nocciole, cannocchie e oxalis o del ristoratore Erminio Alajmo, a cui si aggiungono nel menu una serie di citazioni che invece riportano alla tradizione squisitamente locale della cucina (vedi la Gallina d’inverno o i Ravioli di faraona latte e miele con anice stellato).

Ravioli di faraona latte e miele con anice stellato.

L’altra chiave di lettura evidente nel nome è anche quella dello stretto legame con la terra e con i suoi prodotti, in primis i tuberi, le patate, le erbe e le verdure, che ricorrono quasi sempre nelle preparazioni. Scalogno e carciofi, cardi e tartufo nero, carciofi e zucca, garusoli e topinambur, brodo affumicato e cipollotto, patate e ceci, radicchio e cipolla. Spesso creando accoppiate vincenti nei singoli piatti pur con qualche inevitabile ripetizione dettata da stagioni, come quelle invernali e primaverili, che mettono in fila una materia prima cui è difficile resistere.

La Fragola e il pistacchio

Non è un caso che il sottotitolo di Radici sia Terra e Gusto, perché nell’idea di Valentinetti il ristorante diventa sempre un terminale dove tecnica e sperimentazione sono funzionali alla ricerca dei sapori che richiamano la memoria. Ampio e diversificato è il menu, dove si passa da una serie di degustazioni (anche per chi vuole approfittare della cucina di mare e della laguna, tra uno Spaghetto con sarde e limone o un Rombo con porro, curry e molluschi) alla scelta alla carta dove si fanno notare le carni più classiche come il Piccione con cacao (carciofi e zucca) o l’Agnello con menta (scalogno e carciofi). Prima o dopo l’esperienza a tavola, però, c’è anche l’opportunità di sostare all’R2, il coffee bar posto in un edificio di fronte all’ingresso di Radici, che funziona come agile bistrò e luogo multifunzione, capace di servire colazioni di prima mattina oltre a deliziosi aperitivi e cocktail fino a tarda notte.

Andrea Valentinetti in cucina

Uno spazio dall’anima più giovane, come si evince dalle frequentazioni e dallo stile, ma con contenuti da prima classe soprattutto se si guarda alla drink list. Tra le scelte più avvincenti e originali figurano l’Arare il Campo (gin, spinaci, cetriolo, mela verde, zenzero, sedano, sambuco e limone) e La Mez-cla (mezcal, pompelmo, lime, sciroppo di agave, lemongrass, albume, polvere di yuzu e paprika dolce), perfettamente in linea con la filosofia che ispira lo stile di Andrea Valentinetti.

Radici – Terra e Gusto

Via Andrea Costa, 18a

35124 Padova (PD)

Tel: + 39 049 23 20 525

www.radicirestaurant.it

Words and photos by Constanze Weiss – Cover Photo by Toro Toro Restaurant

Perched on the wall beside the gate, the eponymous iron bull is the first indication that this is a special place. He is surrounded by torches, illuminated against the dark night and greats his guests, as they pass through the entrance. The Spanish restaurant he guards – said by many culinary guides to be the best in the state, even in the whole country – is located about twenty minutes from the city of Salzburg, in Hallein, Austria. It houses in an old hunting château but bears no resemblance to what anyone would expect such a place to look like. Instead, to enter Toro Toro means to leave Austria behind, to cross the thousands of kilometres separating yourself from Spain in a matter of a single step.

1 (closest to the front) Mousse de garbanzos con chorizo (chickpea mousse with chorizo)
2 Aceitunas y salsa de tomate (Olives and tomato sauce)
3 Arenque en escabeche (Pickled Herring)
4 Tartar de salmón ahumado y aguacate (Tartar of smoked salmon and avocado)
5 (furthest in the back) Jamón iberico con carpaccio de piña (Iberian ham with pineapple carpaccio)

Behind the threshold, the Iberian Peninsula is instantly palpable. The music tells tales of passion and fire, the air weighs heavy with the scent of saffron rice and seafood, and the waiters recommend the best dishes and wines from the menu with their Spanish accents clearly audible. Like the produce handled in the kitchen, they are all from the South, providing a dinner experience on a more personal level of authenticity that is guaranteed to stay in a diner’s mind. Their friendly service – one of the things most important to la patrona Gisela Reitsamer – has also been especially underlined by Gault & Millau, when the restaurant was awarded their first hat in 2014. The atmosphere is the second indication that this is a special place, with King Felipe VI smiling from his picture on one side of the room and his wife adorning another part of the restaurant. Both members of the Royal Family are surrounded by memorabilia of Spain; painted maps and Spanish quotes written out in calligraphy.

Prawn and bacon

Finally, food has to be mentioned. It’s new and creative, a special way of giving emphasis to details that would go neglected or even unnoticed in other places, while never losing touch with the Spanish motherland. Particular attention is given to the 6 ­– and 12 – course menus, the restaurant has gotten known for, and in which every course is telling a story in its own right: of the sweetest sun-grown tomatoes and freshly caught fish, fragrant olive trees and shrimp from the middle of the ocean. These characteristics are combined effortlessly, resulting in dishes of great quality and taste, like their unusually flavourful Tomato soup, reminiscent of warm summer days, or a Prawn and bacon combination dipped into an orange sauce that stays in the mind long after the dinner has finished. Needless to say, the food is the third and final indication that this is a special place.

The outside

In the end, the restaurant’s exceptionality lies not just in its ability to transport guests from a small country town in Austria to the vastness of Spain or in the fantastic taste of each dish presented. It’s the astounding sense of authenticity that makes a dinner visit at Toro Toro an experience to remember. With its amazing food, loveable service and unique atmosphere, the restaurant resembles a breath of Spanish ocean air surrounded by Austrian mountains.  

Toro Toro

Altendorffstraße 2

5400 Hallein – Austria

www.toro-toro.at

Testo di Tania Mauri

Foto di Davide Dutto

Fresco di stella Michelin il Ristorante Due Camini di Borgo Egnazia, luogo simbolo dell’ospitalità pugliese nel mondo, è condotto dallo chef barese Domingo Schingaro sotto la direzione di Andrea Ribaldone. La premessa era doverosa per capire il piatto di Domingo di cui vi proponiamo la ricetta. Tornato nella sua Puglia tre anni fa dopo aver lavorato in diversi ristoranti del nord Italia, soprattutto in Piemonte, propone una cucina essenziale e materica, di memoria e di ricordi. Materie prime locali ed esaltazione del gusto sono i capisaldi della sua cucina.

Domingo Schingaro e la sua brigata in cucina

“Sempre più mi sto affacciando al mondo vegetale. Non perché sia di moda ma perché la Puglia ha una biodiversità straordinaria – attraversarla per lungo ci vogliono quasi 5 ore di macchina! –Stando per tanti anni lontano dalla mia terra ho riscoperto il vero sapore delle verdure, ingredienti da cui prendono il via la maggior parte dei miei piatti”.

Schingaro parte dalla cucina tradizionale pugliese e la reinventa con le tecniche dell’alta ristorazione utilizzando materie prime generalmente considerate “povere” ma che in realtà sono preziose. Per la sua Cipolla di Acquaviva una cipolla cotta sotto sale, svuotata per lasciare solo l’ultimo strato di cipolla, al cui interno si pone una crema di parmigiana. Lo chef vuole “far uscire dalla terra i sapori più forti della Puglia” e potremmo dire che ci è riuscito.

Cipolla di Acquaviva delle Fonti alla parmigiana

per 4 persone

Per la parmigiana di melanzane

200 g di melanzane nere

200 g di salsa di pomodoro

50 g di olio evo

basilico q.b.

olio per frittura q.b.

farina q.b.

uovo q.b.

100 g di mozzarella fior di latte

50 g di Parmigiano Reggiano grattugiato

sale q.b.

pepe q.b.

Preparare una parmigiana classica: togliere la buccia alle melanzane, tagliarle a fette di un centimetro e metterle sotto sale per una notte per togliere l’amaro. Nel frattempo preparare una salsa di pomodoro classica con olio, basilico, pomodoro e sale. Il giorno successivo friggerle per due volte: la prima volta a 160°C senza panatura, la seconda volta con una panatura di farina e uovo sbattuto. Friggerle e asciugarle con carta assorbente da cucina. Comporre poi la parmigiana a strati con, in ordine: melanzana, salsa di pomodoro, mozzarella, Parmigiano Reggiano grattugiato e salsa di pomodoro. Tenere da parte due fette di melanzane fritte per la composizione della cipolla e completare la parmigiana facendo tre strati, chiudere con salsa di pomodoro e Parmigiano e infornare per 40 minuti a 160°C. Una volta cotta, lasciar intiepidire e poi frullare il tutto a creare una crema liscia e omogenea.

Per la fonduta di Parmigiano

100 g di latte

200 g di Parmigiano Reggiano

Portare il latte a una temperatura di 90°, versare il Parmigiano grattugiato e mescolare fino a ottenere una fonduta.

Per la cipolla

2 cipolle di Margherita

1 kg di sale grosso

300 g di centrifugato di barbabietola

due fette di melanzane fritte

Mettere le due cipolle con la buccia in forno sotto sale per un’ora a 120°C. Dopodiché delicatamente togliere la prima parte esterna della buccia della cipolla e il primo strato di cipolla. Ricavare due strati di cipolla senza romperli.

Mettere la cipolla a bagno in una centrifuga di barbabietola in modo da renderla rossa, com’è la cipolla di Acquaviva. Una volta tolta dalla centrifuga di barbabietola, cominciare a comporre gli strati. Mettere all’interno una fetta di melanzana fritta, la crema di parmigiana e chiudere con la fonduta di Parmigiano Reggiano. Mettere in forno a 160°C per 6 minuti e finire gratinando per 2 minuti al forno.

Per la cialda

50 g di farina di lino

50 g di farina di canapa

50 g di burro

Unire farina di lino, farina di canapa, burro e olio, mescolare il tutto, stendere e cuocere a 150°C per 8 minuti. Far raffreddare lentamente e poi spaccare in pezzetti la cialda.

Per completare il piatto

100 g di pan grattato tostato

radice di cipolla fritta q.b.

Porre al centro del piatto il pan grattato tostato, adagiarvi sopra la cipolla farcita e gratinata, mettere un ciuffo di radice di cipolla fritta e completare con le cialde rotte.

La sala del Ristorante Due Camini

Ristorante Due Camini

presso Borgo Egnazia
Strada Comunale Egnazia
72015 Savelletri di Fasano (BR)
Tel: 080 2255351
www.ristoranteduecamini.it

Testo di Gualtiero Spotti

Foto cortesia del ristorante Mérito

Girare tra le vie di Barranco, il quartiere più bello e vivace di Lima, riserva non poche sorprese. E non certo perché da queste parti ci sia la coppia formata da Virgilio Martinez e da Pía Léon nel doppio ristorante Central/Kjolle, che si trova sulla strada diretta verso Chorillos… In una calda serata di fine estate (la loro, ovviamente, non la nostra), capita invece di imbattersi casualmente in un micro-ristorante in grado di raccogliere la nostra curiosità e quindi senza indugio superiamo la soglia d’ingresso, attirati anche dalle dimensioni davvero ridotte del luogo.

Il primo piano

Pochi secondi più tardi scopriamo, entrati nella prima sala caratterizzata da un tavolo/cucina con cinque soli posti a sedere, che il ristorante si chiama Mérito e può contare anche su una piccola saletta da una ventina di coperti situata al secondo piano. A fare gli onori di casa c’è la coppia di cuochi venezuelani formata da Juan Luis Martínez e da José Luis Saume, che vantano un background di tutto rilievo. Juan Luis con passaggi da DiverXo a Madrid e nel vicinissimo Central, mentre José Luis al Planta Baja di Caracas e a La Fontana a Miami. Il biglietto da visita una volta giunti al tavolo è l’Arepa, il classico e gustoso pane di mais venezuelano, ma la cucina qui da Mérito è più in generale una felice commistione di sapori e suggestioni latinoamericane con felici incursioni peruviane.

Choclo a la brasa

Il menu, presentato su un semplice foglio, è una sequenza di piatti senza distinzione di ruolo, al punto che è complicato capire dove finiscono gli antipasti e iniziano i primi o i secondi. Ed è difficile resistere al Choclo a la brasa con aji amarilllo y queso llanero (ovvero il Mais grigliato con peperoncino amarillo e formaggio), alle Conchas con Tumbo (le capesante presentate insieme a una pianta rampicante originaria delle Ande), o al Pollo con mastuerzos e papa (pollo con crescione e patate). Piatti reinventati in chiave moderna, ma di solida matrice popolare, che abbracciano l’intero continente e al tempo stesso sanno nutrirsi di una suggestiva e pratica contemporaneità perfetta per i foodies di ultima generazione. Questa passa attraverso materia e tecnica, estetica e precisione, tavoli spogli e un minimal raffinato dove il legno e gli elementi naturali la fanno sempre da padrone.

C’è, se vogliamo, tutto quello che serve per divertirsi a tavola in chiave vagamente bistronomica, mantenendo uno stretto contatto con la realtà quotidiana e con l’approvvigionamento essenziale delle materia prima senza sprechi, come dice bene la tartare del pesce del giorno che figura in carta. Poi anche qui si passa attraverso nomi di prodotti che ormai ricorrono, grazie a Gastón Acurio e a Virgilio Martinez, nel vademecum essenziale del Perù a Tavola, vedi Oca, mashua o loche, ma Mérito rimane forse il primo ristorante nella capitale peruviana dove si entra in una dimensione più intima e personale e al tempo stesso urbana. Dove si respirano in un sol colpo i piatti che parlano la lingua latina, ma potresti essere tranquillamente nel quartiere di Soho a Londra, nel Barrio di Lisbona o nel berlinese Mitte. Una bella scoperta e un bel segnale per Lima.    

Mérito

Jr 28 de Julio 206, Barranco

15063 Lima – Perù

Tel: +51 2771628

www.meritorestaurante.com