Fiaba e poesia sul bagnasciuga, nella “Palafitta Gourmet” di Moreno Cedroni

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“In un Paese delle Meraviglie essi giacciono,

Sognando mentre i giorni passano,

Sognando mentre le estati muoiono;

Eternamente scivolando lungo la corrente

indugiando nell’aureo bagliore…

Che cos’è la vita se non un sogno?”

Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll

Non è il sogno di una notte di mezza estate, ma un sogno a occhi aperti quello che si materializza ogni volta: volutamente naufraghi, con sguardo meravigliato rivolto al Clandestino di Portonovo. Schermati dalle spalle rocciose del Monte Conero, a picco sul Mar Adriatico. Lungo la riva di una delle più belle coste marchigiane. Ammirando l’intreccio cromatico del turchese acquatico che corteggia le spiagge bianche di ghiaia e sassi levigati. Un battaglione di citazioni e cliché, che qui trovano però giustificazione. Per provare a ritrarre un’insegna dove l’inflazionata location è davvero impareggiabile.

Anguilla in carpione Corte d’Este

Aperta nel lontano 2000 (sulle note della hit di Manu Chau da cui prende il nome) questa “palafitta gourmet” aggrappata agli scogli, conserva sempre un fascino selvaggio e incantato. Anche a seguito di quella mareggiata che ne distrusse la forma originale nel 2012. E che l’ha vista risorgere più forte e luminosa che mai. Continuando a propagare vibrazioni magiche e rigeneranti allo stesso ritmo dei gorgoglii marini che ne circoscrivono la dimensione. Spiaggiati in questo angolo di paradiso, a qualsiasi ora del giornata, il ticchettio dell’orologio avanza a rilento (in barba alle frenesie del Bianconiglio). In uno spazio onirico ricamato dall’offerta dello Chef/Peter Pan Moreno Cedroni (che vi abbiamo raccontato qui). Colazioni dolci o salate per languori pre-tuffo o per spiriti balneari mattutini (provate la versione toast e pata negra).

Foto di Alberto Blasetti

Passando poi al pranzo in costume e infradito, a base di crudi succosi, plateau di ostriche, conserve ittiche e supersonici panini homemade (fenomenale quello con Baccalà al cubo in insalata e pil-pil di baccalà). L’ambiente si rafforza di componenti fatate, scalando placidamente dall’aperitivo al tramonto (con formule eno-gastronomiche studiate per l’occasione) fino al momento clou della cena. Con l’imporsi del manto notturno (se siete fortunelli puntellato di stelle) si accende un’atmosfera ineguagliabile, rilanciata dalla composizione di luci ideata su misura da Moreno e Mariella con il designer Davide Groppi. Preso possesso dei tavoli conficcati nella nuda sabbia, sarà solo il sound del mare ad accompagnare l’esperienza, come unica colonna sonora. Coccolati e riveriti da un servizio premuroso, in candide divise bianche. Quasi a rilanciare la poetica sospesa e pura del contesto.

Capesante bruciacchiate con purea di patate emulsionata all’olio extra vergine Foto di Alberto Blasetti

Ogni anno, il menu degustazione sviluppato dallo chef e dalla sua squadra segue un tema portante. Contraddistinto dalla verve ludica, provocatoria ed evocativa che tratteggia da sempre la personalità in cucina di Cedroni & Co. Questa stagione sarà il Mediterraneo, in tutta la sua ampiezza concettuale, a disegnare un tracciato di storie, culture e sapori. Esibendo colori accessi, profumi primordiali, ingredienti autoctoni e sfumature meticce che accompagnano da sempre le radici dei popoli che ne scrutano le sponde. Noi però non possiamo scordare gli ormai signature onnipresenti in carta. Generati dalla compilation di best dishes ai quali i clienti (o il cuoco stesso) rimangono maggiormente affezionati. La morbidezza vellutata e rincuorante della Pizzetta con sgombro, pomodorini e burrata. I bocconi affettivi, iodati e pasciuti della Polentina con frutti di mare cotti e crudi in salsa al prezzemolo. Ancora quelle Capesante magistralmente “bruciacchiate”, con purea di patate emulsionata all’olio extra vergine. Dove il less is more si potenzia con i moti marini che circondano il paesaggio. Ma c’è spazio anche per qualche estratto dai degustazione dei menu passati: vedi l’acuto tuonante di Thor (Menu Vichinghi): King crab, pastinaca fermentata e pesto di alghe. O la vulcanica e penetrante Anguilla in carpione Corte d’Este (Menu Rinascimento): elevata dal bouquet aromatico fumante ai toni di alloro, con spezie esotiche, cavolfiore e succo d’uva.

“una flotta di dolci da capriole glicemiche”
Foto di Alberto Blasetti

Si chiude con una flotta di dolci da capriole glicemiche. Evidenziando una pasticceria che non si fa parlare dietro: imperdibile la Mousse di cioccolato fondente al sale di Cipro e olio alle clementine; ma anche la Cassata in salsa ai lamponi vi strapperà un ululato di gioia. Come d’altronde ogni elemento, naturale e non, che prende vita in questo luogo. Una struttura ancorata e coesa in chiave simbiotica ai sussurri di un ecosistema fiabesco. Dove cibo e ristoro acquisiscono un ruolo di complemento d’estasi. E che grazie alla squadra di Moreno non viene mai (in coerenza) lasciato al caso. Perché la bellezza non va mai data per scontata.

Clandestino

Località Portonovo

60020 Ancona (AN)

Tel: +39 071 801 422

www.morenocedroni.it

I Fratelli Doumuras ripartono dalle ricette dei loro nonni

Testo di Tania Mauri

Una crisi porta spesso un forte cambiamento e non è solo un modo di dire. Dimos e Giorgos Doumouras, cresciuti ad Atene ma originari di Donoussa, splendida isola delle Piccole Cicladi, sono tornati alle origini proprio a causa della crisi che ha colpito la Grecia nel 2009. Dimos lavorava nell’azienda di famiglia ad Atene, avevano una sartoria specializzata in pantaloni con 40 dipendenti che nel 2010 ha chiuso. Giorgos ha lavorato prima a New York nel ristorante di uno zio, poi ad Atene in un celebre bar e infine in un negozio di liquori fino a quando non ha perso il lavoro.

Dimos e Giorgios Doumouras
Foto di Teresa De Masi

Dimos ha deciso di tornare nella casa dei nonni a Donoussa, dove ha cominciato a lavorare in un bar prima e in ristorante poi: “Non avevo più una lira ma dovevo ricominciare e questa era la soluzione più semplice. Qui è dove abbiamo trascorso tutte le nostre estati da bambini, dove l’energia elettrica è arrivata nel 1983 e il porto è stato costruito nell’88. Mio nonno era un pescatore e mia nonna cucinava con quello che gli offrivano il mare e la terra. Ho imparato a cucinare dalle donne di casa e ho sempre amato i gusti e i sapori dell’isola” ci spiega Dimos. Poco per volta Donoussa ha iniziato a essere frequentata dai turisti, in primis ateniesi, e nel 2017 i due fratelli hanno aperto il ristorante Avli Donoussa nell’ex casa con giardino dei nonni con vista sulla spiaggia e sul piccolo porto del villaggio di Stavros, delizioso capoluogo dell’isola.

Dimos, estroverso e con tanta voglia di fare, si occupa della cucina e del menu dove propone alcuni piatti della memoria perfezionati, come la Fava. “Il nostro obiettivo è far mangiare il meglio dei prodotti delle isole Cicladi: dai formaggi di capra (le capre qui vivono allo stato brado) come il Kopanisti, più saporito, o la Mizithra, fresco e delicato, le patate di Naxos, le fave di Schinoussa, le olive di Thassos, le foglie di cappero di Syros, le cipolle, il finocchio e il timo selvatico di Donoussa. Senza dimenticare il pesce che ancora oggi pesca nostro padre”, racconta Dimos.

Giorgos, più riservato ma molto curioso, lavora in sala e, ovviamente, cura la carta dei vini: “Allineato con quanto fa mio fratello in cucina ho voluto creare una lista tutta Made in Grecia andando a scovare piccoli produttori di vini poco noti ma molto pregiati, cosa che spesso lascia favorevolmente sorpresi i clienti che si affidano ai miei consigli sugli abbinamenti”.

Un piccolo angolo di Paradiso quello dei fratelli Doumouras che hanno saputo reinventarsi con umiltà e saggezza, ripartendo da dove tutto era iniziato: Donoussa. Ci hanno regalato la ricetta speciale della loro Fava, eccola!

Fava tradizionale delle isole Cicladi

Fava
Foto di Olga Charami

per 10-12 persone

Per la fava

1 kg di cicerchie

1 cipolla grande

3 carote

olio extra vergine d’oliva q.b.

sale q.b.

pepe q.b.

Lavare bene le cicerchie e metterle a bollire in una pentola grande a fuoco medio-basso.  Aggiungere acqua a poco a poco mescolando con un cucchiaio di legno per evitare che si attacchino. Dopo mezz’ora di cottura aggiungere la cipolla e le carote tritate grossolanamente. Aggiungere 2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva e sale. Quando le cicerchie sono cotte, togliere dal fuoco e lasciar raffreddare. Mescolare e schiacciare bene la miscela fino a ottenere una crema densa. Mettere la quantità desiderata in un piatto da portata e conservare il resto della crema in frigo.

Per completare il piatto

100 g di capperi

100 g di cipolle fresche

olio extra vergine d’oliva q.b.

succo di limone q.b.

La Fava può essere servita calda o fredda, con l’aggiunta di un giro d’olio d’oliva, un cucchiaino di capperi, un cucchiaio di cipolla fresca tritata grossolanamente e un po’ di succo di limone.

Foto di Aromi Creativi

Avli Donoussa

Donoussa 843 00

Piccole Cicladi – Grecia

Tel: +30 2285 051557

Words by David J Constable

Photos by Suzan Gabrijan

An exploration of the Soča Valley – a place of sleepy villages, dairy farms and rolling fields – proves a happy hunting ground for Ana Roš’ new cheese-centric menu.

Just as you can’t choose your family, you can’t choose your neighbours either. Bad neighbours can lead to Shakespearean dramas, dissent going back decades. But, if you’re fortunate enough to have good neighbours, then your life can be positively rosy and both sides of the fence benefit. Take Slovenia. The tiny speck of a country in Central Europe, entangled by Italy, Austria, Hungary and Croatia, sees neighbours positioned often miles apart. It is a place of sleepy villages and dairy farms, of spring-sprung meadows, dense forestry and crystalline rivers. Communities are made up of half-timbered houses and family-run operations. Slovenians produce an impressive amount of victuals: stockpiling mulberries, collecting pollen, turning over gallons of homemade beer and buckling cellar shelves under the weight of Alpine cheese. There’s a robust agrarian mentality, an understanding that the land is part of nature, a slice of everyone’s life.

For Ana Roš, everything is here. She draws the bedroom curtains to reveal a bulging allotment, spilling over with produce. It’s this that influences her and what will play a pivotal role in the new cheese-centric menu at Hiša Franko. The current menu consists of around 70% cheese already, but she has plans to up this percentage to create a 100% cheese and vegetable menu. “It’s a natural move,” Ana tells me during a visit in April, “this garden-to-table approach is what Slovenian people do, it’s not a gimmick or a trend. This isn’t new for us. It’s our life story”.

Ana Rôs e Valter Kramar

The cheese story begins in Slovenia’s villages, where families breed dairy cows – predominately the Braunvieh breed – and pass cheesemaking habits down the generations. “I know all of our suppliers personally,” Ana says. “If I need some of this stuff or extra of that, then I’ll speak to them directly. It’s a community of fisherman, butchers and cheesemakers. Dairy is so important in this part of the country, and the quality of the cheese is so high because the landscape is so green and healthy. We have products you can’t find anywhere else in the world, and that is something to be celebrated. My kitchen team knows how to stretch an ingredient and use it to its maximum, and cheese is so versatile. We use Bovec sheep cheese, produce fermented cottage cheese and house-smoked our own salami cream.”  

Such was their interest with cheese, that Ana and husband, Valter Kramer, rechristened the honour at home, which just so happens to be Hiša Franko. They buy around a ton of local cheese and age it in their cellar for up to five years. As well as Tolminc and ricotta, the cellar features formaggio di fossa, a pit fermented cheese Valter is taking to Emilia Romagna, where he ages it for four months in underground pits with the assistance of Joško Sirk – a Slovenian restaurateur at the helm of the Michelin-starred La Subida trattoria in Friuli, near the Italian border with Slovenia – then brings it back to Hiša Franko. “It was always a dream of mine to have a cheese cellar,” says Valter, who also ages meats and salamis. “I can have fun down here in the cellar and experiment. Fun, food and family, right? That feels like a pretty good life to me”. The restaurant’s website posits that the cheese in Valter’s cellar is “Not only the most important part of our local diet” but “the GIFT for all the people of the Soča Valley.” It’s no surprise that along with vegetables, the cheese will play such an important role in the Hiša Franko menu because it plays such an important role in the day-to-day life of each and every Slovenian. “It’s about infrastructure and knowing your strengths” Ana tells me. “We struggled to survive, but it was about education and perseverance. This teaches you to be humble. Application is key, knowing what you have around you and how to apply it means we can use a product to its full”.

Using a product to its full potential is how Ana builds her menus. In this mountain region, nothing is sown before May 1st when the threat of snow is finally over. By June, it is hot and humid. The farmers will then move their cattle into fresh pasture where they make cheese. Ana’s food is heavily influenced by the seasons and is flavoured by the wild; from summer flowers and pollen to garden vegetables from her backyard plot. In fact, more than 90% of the Hiša Franko menu uses garden ingredients, pushing Ana to the fore of the Slovenian culinary movement in which she is almost solely responsible for elevating the country as a gastronomic destination. “We have the Alps, Mediterranean and the lowlands,” says Ana. “Some of the most beautiful and unique ingredients come from my backyard, so why not use it! If you take all of that away from me, you take away my expression, my voice”. The creation of a purely cheese and vegetable offering to diners, however, is a brave one.

That said, she also produces fermented cheese lollipops. It’s fair to say that those who know Ana, know that she’s not a person to shy away from a challenge. Moving to a solely cheese and vegetable menu could be her biggest challenge. But name a great chef who never took a risk. I’ll wait… “Creativity is finding your way out,” said Ferran Adrià. For Ana, she has all of the tools of her trade around her. Cheese is a high value product in Slovenia and along with her neighbours and local farmers, she and Walter have their own stock too! Indeed, you could say that Hiša Franko is built on cheese, a castle of dairy, a restavracija of deliciousness. It seems only right that the menu pushes and promotes homespun cheese. When it’s this damn good, why keep it for yourself?

Hiša Franko

Staro selo 1

5222 Kobarid – Slovenia

www.hisafranko.com

Testo di Redazione Cook_inc.

Foto cortesia di Ufficio Stampa Spica

Due amiche, Ritu Dalmia e Viviana Varese, con un sacco di comuni denominatori: chef, donne forti, dinamiche, solari con una grande passione per i viaggi e una preziosa collezione di ricordi indelebili dei sapori assaggiati da una e dall’altra parte del mondo. Ritu è la chef indiana che un paio d’anni fa ha aperto il ristorante Cittamani a Milano insieme a Mr. Analjit Singh. Non aveva programmato un secondo ristorante meneghino, dichiara in un’intervista, ma mai dire mai. Spica è un posto che non esisteva, che mancava e si sa il treno quando passa meglio prenderlo al volo. Ancora meglio prenderlo insieme a una collega-amica. Così entra in gioco Viviana Varese (chef stellata del ristorante Alice con tante belle novità in vista) partner del concept o meglio della “questione di cuore” – così le due chef definiscono l’idea di Spica – “un locale racconta in ogni piatto una storia di passione che non è solo gastronomica, ma rappresenta i valori dei moderni cittadini del mondo: la crescita attraverso il viaggio, la scoperta, la condivisione”.

Due amiche, dicevamo, che hanno deciso di mettere insieme e sommare i comuni denominatori per creare un piccolo angolo di mondo, nel vero senso letterale dell’espressione. Spica, appena aperto in Via Melzo 9 a Milano, è il ristorante coloratissimo che le unisce. Un progetto più che un ristorante, “un luogo che volutamente sfugge a una precisa categorizzazione gastronomica per abbracciare la diversità attraverso le cucine di tutto il Mondo”. Un nuovo paradigma per lo stare a tavola, dove si è chiamati non più a scegliere “quale cucina” mangiare, ma al contrario si viene invitati a lasciarsi trasportare – nel tempo di un boccone – tra un Paese e l’altro attraverso i sapori, senza limiti.

Coca Maiorchina con ricotta, fondente di cipolla, albicocca caramellata e noci –Isole Baleari

Spieghiamo meglio: l’offerta gastronomica di Spica non è né strettamente indiana, né italiana, né una fusione o contaminazione delle due. È globale. Il menu è un piccolo atlante di sapori dove le chicche gastronomiche del globo convivono in armonia suddivise in quattro macro-aree geografiche (Sud-Est Asiatico, Sub-continente Indiano, Europa, Americhe). Proposti in versione piattini “to share” o piatti di portata, si trovano i piatti del cuore delle esperienze di Ritu e Viviana, ricercati tanto nel gusto quanto nelle materie prime. Come i tacos ad esempio, preparati con tortillas fatte da tre messicani che stanno in Umbria.

Insalata Som tam – Thailandia

Piccoli dim sum in pasta cristallo e Bao dalla Cina, Insalate thai, Zuppe birmane e Ramen in stile giapponese si alternano a Cocas mallorquinas e Pizza fritta italiana. Samosa del Rajasthan, Dosa del sud dell’India e Paratha direttamente dalle strade di Delhi fanno compagnia a Tortillas e Tostadas, Ceviche, Nachos e le loro deliziose salse e persino Bbq Ribs.

Multiculturale non è solo il menu! Nove cuochi di nazionalità diverse, selezionati da Ritu e Viviana (a quest’ultima è affidata la formazione e la supervisione della brigata) tra i loro migliori collaboratori, condividono la grande cucina e le idee, per dare vita a piatti creativi e sempre deliziosi, ambasciatori del gusto e della personalità delle due chef. Shivanjali Shankar e Emiliano Neri sono i resident chef, Ludovica Falez è la restaurant manager.

Un mood così fresco, giovane e informale evoca quasi per assonanza una zona bar-mixology altrettanto affascinante. Mattia Bescapè, già colonna portante del banco bar di Cittamani ha creato una drink list composta da quindici proposte con gli spiriti dal Mondo, sciroppi, ingredienti esotici, spezie, che creano suggestioni oniriche perfette per accompagnare le divertenti portate del menu. Il progetto di interior design del locale è opera degli architetti Tiziano Vudafieri e Claudio Saverino che hanno unito, con richiami alla tradizione di Milano, la libertà e il design radicale di Ettore Sottsass, profondamente influenzato dall’India e il rigore e il minimalismo del movimento moderno di Franco Albini.

Spica è un luogo inclusivo, alla portata di tutti, dove tutti possono divertirsi. Per questo una sera a settimana ospiterà un dj set. Per rimanere aggiornati sugli eventi iscrivetevi alla loro newsletter

#LETSTRAVELTHEWORLD

Spica

Via Melzo, 9

20129 Milano (MI)

Tel: +39 02 84572974

www.spicarestaurant.com/it/

Testo di Gualtiero Spotti

Balls., e il nome dice tutto, con il punto in chiusura che non è messo semplicemente per la necessità ortografica di passare a un’altra frase, ma per definire ancor meglio il campo d’azione di questo nuovo angolo di comfort food (e pure fast) che si trova in una delle vie più vivaci di Bucarest. Non parliamo, chiaramente, di un rinascimento gastronomico rumeno, visto che il fine dining in città è appannaggio di una manciata di indirizzi perlopiù di cucina filofrancese che si contano sulle dita di una mano, bensì di una crescente movida gastronomica capace di partire dal basso e che vede i food trucks e lo street food nel momento di maggior fulgore, grazie a una generazione di giovani determinati nel farsi strada con iniziative spesso avvincenti.

Balls. è una di queste, e il piccolo locale aperto nell’estate dello scorso anno dalla ventinovenne Ala Dumitrache, originaria di Costanza, sul Mar Nero, ben rappresenta il nuovo mood cittadino. La formula è semplice e diretta, senza troppe complicazioni: si tratta di scegliere tra una ristretta selezione di piatti (da consumare in loco o take away) con protagoniste le meatballs, ovvero le polpette, declinate in diversi modi e con, in accompagnamento, preferibilmente birra, ma anche juices e bibite.

Per non sbagliare, nel menù, che cambia quasi integralmente ogni giorno, ci sono anche una zuppa e un’insalata, ma sono sempre le polpette a fare la parte del leone, nella loro monoporzione abbondante che strizza l’occhio di volta in volta a diverse culture gastronomiche. Così le meatballs Maroc portano dalle parti di Marrakech e stuzzicano il palato con carne di agnello, pomodoro, melanzane e menta, mentre le Mama’s Balls di maiale fritto con senape, salsa sriracha (chili) e pane rappresentano la scelta prediletta della casa. E parlando di pane, qui si usa quello della Brutaria (panificio/pasticceria) artigianale Miez, ed è il migliore di Bucarest.

Balls., con il suo ambiente colorato e simpatico, non rappresenta l’unico indirizzo per una sosta piacevole e disimpegnata in città, in realtà Bucarest si rivela una destinazione perfetta per gli amanti del caffè (i coffee corner qui sono ovunque), per chi ama sandwiches e burgers (da provare il bistrò di Burger Van in via George Vraca al civico 4), per qualche escursione nella cucina italiana d’oltreconfine (Buoni e Bravi è tra i migliori se si vuole una pizza al taglio), e per un drink come si deve. A questo proposito vale la pena scovare, è il caso di dire, il Fix Me a Drink Botanical Bar, ben nascosto al secondo piano di un edificio. È quasi uno speakeasy, molto vivace ,con una convincente carta di cocktails e raggruppa una variegata fauna locale tra universitari, hipsters e artisti alternativi. Immancabile, infine, un passaggio nel rutilante mondo di Obor, il più grande mercato cittadino per rifornirsi di primizie e non solo. È un po’ periferico, ma permette una full immersion interessante a stretto contatto con la produzione agroalimentare di tutta la Romania. Tra carni e verdure di ottima qualità come vuole la tradizione dell’intera cucina balcanica.  

Balls.

Calea Dorobanti, 69

Bucarest – Romania

www.facebook.com/balls.bucharest/

Testo e foto di Redazione Cook_inc.

“Mamma, mamma, mi porti al circo?”

“Tesoro, non sei un tantino cresciuta per andare al circo?”

 “Non per questo circo mamma. Anzi, sai che facciamo? Ti ci porto io!”

Mamma e figlia a passeggio sul lungomare di Rimini

E anche noi di Cook_inc. vogliamo portarvi al Circo di Al Mèni, che il 22 e 23 giugno ha fatto faville a Piazzale Fellini a Rimini sotto il tendone dei sapori 8 e ½. Il lungomare ha visto alternarsi le piroette e i giochi di prestigio di chef e artisti circensi in un gioco di abilità, rimandi e tecniche che ha riunito cuochi provenienti da tutto il mondo. Durante la festa, contrassegnata dalla magia del circo e dal sogno visionario di Fellini, sono iniziati gli showcooking degli chef. Sotto il tendone ogni ora si alternavano due cuochi, uno emiliano-romagnolo e uno internazionale arrivati da ogni luogo: dal Canada alla Francia, dall’Albania alla Danimarca, tutti protagonisti e ambasciatori di nuove tendenze gastronomiche.

Colombe St-Pierre e Massimo Bottura

Gli chef – scelti da Enrico Vignoli e Andrea Petrini – si sono cimentati in prove creative volte a valorizzare i prodotti locali. Ha iniziato Davide Di Fabio, sous chef all’Osteria Francescana di Modena con Saluti da Rimini, “Davide ha creato un piatto pazzesco, un risotto con catalana di gamberi con sopra una cartolina masticabile omaggio a Cattelan e ai suoi scatti dedicati a Rimini. È questa la magia di Al Mèni: unire i talenti del futuro non per creare piatti, ma emozioni”, ha commentato soddisfatto lo chef Bottura. Da Parigi Simone Tondo lo ha affiancato con il Trolley crab. Tim Butler, chef di Eat me a Bangkok (Cook_inc. 23) ha portato a Rimini il Laab di lingua e trippa mentre il duo Kim Mikkola e Evelyn Kim si è cimentato in un Bento box finnico-koreano. A seguire le performances di Raffaele Liuzzi e Bledar Kola, Matteo Salbaroli e Tom Anglesea, Luca Marchini e Colombe St-Pierre (Cook_inc. 24), Marco Cavallucci e Marie-Victorine Manoa. Domenica 23 è stata la volta di Franco Cimini e Giovanni Passerini, Mario Ferrara e Jefferson Alvarez, Michele Bacilieri e Dalad Kambhu, Rino Duca e Jordan Bailey, Mattia Borroni e Francisco Cardenas, Giovanni Cuocci e Romain Tischenk

Kim Mikkola e Evelyn Kim presentati da Andrea Petrini

Intanto fuori dal circo, nel mercato delle eccellenze del gusto sul lungomare quest’anno tante novità oltre ai prodotti iconici della regione: come l’Aglio nero di Voghiera, il riso del Delta del Po, le Ciliegie di Vignola, la Canapa di Riccione, il Nenna pep, un peperoncino coltivato a Porto Fuori e i Tartufi di Sant’Agata.

Sabato sera si è svolta la festa di Al Mèni: dalle ore 23 si sono accese le luci su “8 e 1/2notte” con alla consolle diversi Dj. La festa è stata organizzata in collaborazione con Munchies (il vertical sul cibo di Vice Italia), anche media partner dell’evento. Mentre domenica mattina la giornata è iniziata con un pic nic stellato nei giardini del Grand Hotel: il déjeuner sur l’herbe, il tradizionale pic nic speciale a cura di Claudio di Bernardo, chef del Grand Hotel di Rimini e Roberto Rinaldini, maestro di pasticceria.

La kermesse del gusto ideata da Massimo Bottura si è svolta in collaborazione con Cheftochef, e Slow Food, con il patrocinio di Mipaaf (Ministero Politiche agricole e forestali), ed è stata realizzata dal Comune di Rimini. Ad accompagnare Bottura insieme ai musicisti e agli acrobati del circo, il Sindaco Andrea Gnassi, il presidente della Regione Stefano Bonaccini e il presidente nazionale di Slow Food Antonio Cherchi.

“Questo festival, ideato dall’amico e chef stellato Massimo Bottura – ha detto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini – è una grande festa del gusto e un’occasione per raccontare le nostre eccellenze enogastronomiche, la nostra tradizione culinaria frutto del lavoro delle mani sapienti, al méni, di cuochi, produttori, vignaioli e artigiani che fanno del Made in Emilia-Romagna, un marchio noto ovunque e una garanzia di qualità. Del resto, la nostra è una terra che conta 44 prodotti certificati tra Dop e Igp, un’offerta che non ha eguali in Europa e che in questi anni abbiamo voluto promuovere sui mercati nazionali e internazionali, anche attraverso le missioni che ci hanno visto protagonisti a New York, in Cina, in Canada. Una visibilità che ha spronato l’export agroalimentare, ora a 6,5 miliardi di euro, +3,5% nell’ultimo anno. Cibo, tradizione, ospitalità, cultura sono e devono restare le nostre parole chiave, perché è attraverso la nostra capacità di nutrire corpo e anima che lo scorso anno abbiamo registrato 60 milioni di presenze turistiche nella nostra regione, un primato che ci proponiamo di consolidare anche attraverso iniziative come questa”.

Sono stati i temi dell’acrobazia e dello stupore, assieme al parallelismo tra la forza delle mani dei maestri circensi e quella dei cuochi con gli utensili da cucina a contraddistinguere questa edizione del Festival di Al Mèni.

Massimo Bottura